mercoledì 25 agosto 2010

le regole dei fichi

Emilio ha dodici anni. Anzi: "tredici meno un mese",  come ci tiene a puntualizzare. Il padre se ne è andato di casa l'inverno scorso e nessuno ha ben spiegato il perchè ne' a lui ne' ai due fratelli più piccoli. Forse era stufo di tre pesti di figli che correvano e gridavano tutto il giorno, mancava solo che si arrampicassero sui muri e le avevano inventate tutte per esasperare dei genitori sempre tesi per il lavoro e le noie quotidiane...

Chissà se davvero è andato via per colpa nostra, pensa Emilio, che si fa le sue supposizioni ma se le tiene per sè. Daltronde se non hanno abbastanza fiducia per raccontagli che succede, come fosse piccolino anche lui quanto gli altri figli, che ci può fare? E allora, proprio perchè non capisce, ogni tanto pianta il muso o fa  i capricci come i fratellini.

Aveva smesso da un po' oramai, orgoglioso di sentirsi più maturo e di saper far valere le proprie ragioni senza frignare, ma alla fine... se nessuno si accorge che lui è già grande abbastanza per essere trattato diversamente tanto vale comportarsi pure lui da bambino!

Piangere, gridare parolacce, girare i tacchi e sbattere le porte tra l'altro sono anche modi che servono a sfogare la rabbia... Perchè forse i suoi non l'hanno capito ma lui è realmente arrabbiato, ma proprio tanto! Solo che non sa con chi prendersela davvero, se non con se stesso perchè non ha capito e non ha impedito la separazione tra mamma e papà.

E poi non sa nemmeno a chi raccontarla, questa rabbia. E allora si tiene tutto dentro, ogni tanto piange, ogni tanto lancia sfide da gradasso, ogni tanto sbatte qualche porta in faccia ai grandi che non gli spiegano le cose. Già, non le spiegano a lui, salvo poi andare a spiattellare però i fatti di famiglia ai professori, che dopo il colloquio con i genitori hanno cominciato a guardarlo con un'espressione comprensiva negli occhi che a lui sembra solo pena, e che lo fa arrabbiare ancora di più.

Ora in classe d'improvviso appartiene anche lui al gruppetto di alunni con i genitori separati, e la cosa non gli va per niente. Non aveva finora realizzato quali fossero le reali difficoltà di quei compagni. Pur cercando di capirli ed avendo anche alcuni amici in quella situazione, in fondo li aveva sempre compatiti, considerandoli un po' "diversi". Sembravano un pochino meno sicuri di se stessi, sembravano non aver ben chiaro come tenersi stretti quegli affetti familiari che, si sa, dovrebbero essere sempre dati graniticamente per scontati.

Ma ora che vive sulla propria pelle la stessa esperienza nemmeno lui si sente davvero sicuro di niente, anche se preferirebbe morire piuttosto che farlo capire a qualcuno. E allora a volte si mostra pure spavaldo e tracotante. Ma tanto gli sembra che nessuno stia poi a guardarlo con particolare attenzione, ne' in un caso ne' nell'altro...

Mamma si comporta come nulla fosse e, dopo un primo periodo in cui era sempre triste, ora esce più di prima la sera con gli amici, va più spesso da parrucchiere ed ha ripreso anche la palestra. Insomma: in casa la si vede sempre meno.

Papà invece passa raramente da casa e quando trascorre la domenica oppure una piccola vacanza insieme ai figli fa sempre in modo che ci sia un altro papà con bambini, in modo che i tutti i ragazzini possano giocare insieme e non annoiarsi. Oppure non annoiare i grandi, ma questo in realtà non si è proprio capito bene...

Sembra insommma che nessuno dei due genitori abbia davvero interesse a ricreare con i propri figli quel calore ed unità familiare che entrambi a parole tanto rimpiangono. Per fortuna viene spesso la nonna, con cui un pochino si può parlare, che porta sempre ai nipoti dei bei regali e che quando arriva cucina tante cose buone, riempiendo la casa di profumi che a volte fanno persino dimenticare il posto vuoto che ora resta sempre a tavola.

Peccato che nemmeno a lei si possa chiedere che cosa è successo, perchè appena si capita sul discorso comincia a criticare tutto e tutti, come se non avesse mai potuto sopportare l'unione dei genitori e questa separazione non fosse che la prevedibile conseguenza di un errore di partenza, come lei aveva sostenuto fin dall'inizio.

Ad Emilio discorsi del genere non piacciono. Gli adulti fanno sempre le cose tanto complicate e parlano solo per sfogarsi, senza cercare delle soluzioni, senza badare a chi ascolta. Vorrebbe dire la sua Emilio, spiegare che prima di parlare e di scegliere bisognerebbe pensare anche a chi sta al loro fianco... Ma non ci può fare niente: accuse e ripicche emergono inevitabilmente, ripetutamente, con poche differenze, sia a casa di mamma che a casa di papà.

Tutti parlano sopra gli altri e nessuno vuole ascoltare, figuriamoci se mai può passare per la testa di un adulto prestare attenzione ad un ragazzino di tredici anni (...va be', dai, quasi: tredici meno un mese!). E poi, a ben pensarci, che avrebbe lui da dire, se non che questa separazione gli pesa sul cuore come un macigno e che preferirebbe che tutto tornasse come prima?

Forse nemmeno lui potrebbe farci niente e se ne starebbe comunque zitto anche se qualcuno mai si sognasse di chiedergli come sta e cosa pensa... Quando i grandi cominciano sterilmente a recriminare tanto vale tapparsi le orecchie e fingere di sparire, oppure chiudersi in camera ad ascoltare musica o persino a tentare di studiare...

Sì, perchè a scuola comunque Emilio continua ad essere attento e studioso come sempre. Ha ben chiaro che ognuno ha un compito nella vita da portare avanti seriamente. In fondo anche se ora vivono in case diverse papà non ha certo smesso di lavorare ne' mamma di riordinare le loro camere o di accompagnare i figli ad allenamento o a ripetizione!

Già, le ripetizioni: Emilio non riesce a studiare da solo. Per quanto gli interessino alcune materie ha proprio difficoltà a mettere insieme le lettere e le parole scritte sul libro di testo ed a trasformarle nella sua testa in frasi di senso compiuto. Gli hanno da poco diagnosticato la dislessia, così c'è un insegnante che quasi tutti i pomeriggi "gli semplifica la vita" aiutandolo a leggere i testi che deve studiare.

Non che sia proprio facilissimo. Si fa fatica e poi lui da questa storia del maestro speciale si sente in verità un po' mortificato, tanto che ai suoi amici ha raccontato che sono solo normali ripetizioni. Ma almeno, da quando i suoi genitori hanno capito che i suoi scarsi risultati non sono dovuti alla mancanza di impegno,  hanno smesso di rimproverarlo per la sua pigrizia e di appioppargli scappellotti e castighi ad ogni brutto voto. E lui si sente lo stesso un po' più stupido dei compagni, ma non più tanto come prima...

Certo che... se si imparassero le cose senza doverle studiare... quanti sarebbero nella vita gli argomenti interessanti da approfondire! A lui sono sempre piaciuti il calcio, prima grande passione da sempre e, si spera, suo lavoro quando sarà grande, ma anche tanto il mare e le navi, e poi lo diverte capire come sono fatte dentro le cose e come funzionano e gli piacerebbe saperci mettere le mani per poterle aggiustare quando si rompono.

E poi gli piace fotografare. Non ha ancora ben capito come funzionano le fotocamere più grosse della sua, ma pensa che qualcuno potrebbe spiegarglielo anche senza dover andare a scuola per leggerlo sui libri. Se non diventerà un calciatore magari potrebbe fare il fotografo di moda, così viaggerebbe per il mondo come con le navi ma sarebbe anche sempre in mezzo a modelle e belle ragazze. A dir la verità c'è una ragazzina della sua classe che gli piacerebbe pure... ma quelle un pochino più grandi sono più interessanti e soprattutto più sviluppate!

Anche se forse con le donne è meglio andarci piano, come ha intuito da qualche stralcio di conversazione tra papà ed i suoi amici. Mica che ad un certo punto ti rovinino la vita scodellandoti un figlio imprevisto o facendosi mantenere a sbafo! Non la capisce bene Emilio questa storia dei soldi e dell'impegno dei figli, però papà la ripete spesso. Forse è questo il vero motivo per cui se ne è andato.

In realtà comunque non ne è sicurissimo perchè, quando la mamma parla al telefono con la sua amica, sembra invece che la colpa sia tutta del marito, eterno ragazzino che non vuole crescere, che crede a quarant'anni suonati di poter far va vita del ventenne e che 99 su 100 non la racconta giusta sulla "innocente amicizia" con quella sua collega... Oddio, non che i discorsi di mamma siano tanto più comprensibili di quelli di papà. A parte la conferma che le donne portano guai, naturalmente...

Emilio ha tutte queste cose in testa mentre coglie i fichi dall'albero della nonna. Pomeriggio di tarda estate, pochi giorni alla fine della vacanza. Aria calda, cicale che friniscono, mani appiccicose, una delle quali è sempre serrata sulla scala per tenersi ben saldo in equilibrio mentre l'altra si tende verso i rami più carichi.

Emilio guarda i suoi fratellini ai piedi dell'albero, uno che coglie i fichi dai rami più bassi e l'altro che cerca di raccogliere con un cestino i frutti maturi che gli altri gli lanciano. Solo Emilio sta sulla scala perchè il fico ha i rami traditori, gli hanno spiegato una volta: si spezzano quando meno te lo aspetti e sono molto pericolosi se ti ci appoggi senza pensarci. Ci vuole un ragazzino abbastanza maturo per un lavoro così, i piccolini non possono certo farlo!

I bimbi di tanto in tanto rubano qualche fico dal cesto e si impastricciano tutti per cercare di sbucciarli e mangiarli. Lui si sente più grande e giudizioso di loro però, quindi ad un certo punto scende dalla scala, sceglie per loro i frutti migliori, non più di un paio a testa, spiega poi pazientemente che i fichi acerbi fanno il latte dal picciolo e portano il mal di pancia, che quelli troppo maturi, un po' aperti sul fondo, potrebbero contenere vespe o formiche. Meglio quindi mangiare quelli che lui ha selezonato e lasciare tutti gli altri nel cestino, ci penserà poi la nonna a controllarli per farne una bella marmellata.

Se la vita fosse così semplice come cogliere un cesto di fichi, si dice Emilio, con regole facili da spiegare, facili da seguire, con brutte conseguenze che arrivano solo quando le si ignora, queste regole...

Peccato non riuscire a studiare, pensa poi, perche in fondo potrebbe non essere nemmeno male da grande fare il maestro. Potrebbe così rimanere in un mondo di bambini e per lavoro spiegare facili regole, di fichi e di vita, che finalmente anche lui nel frattempo magari ha capito...


Marmellata di fichi e lime con profumo di Rum

ingredienti per due vasetti da circa 200 ml:
750 g di fichi maturi
2 lime possibilmente non trattati
240 g di zucchero
4 cucchiai di Rum

Lavare ed asciugare accuratamente i fichi, quindi tagliarli in quarti senza sbucciarli e metterli in una casseruola di acciaio.

Lavare bene i lime, grattugiare finemente la scorza di uno fino ad ottenere circa due cucchiai di filini sottilissimi ed unire le scorzette ai fichi.

Pelare entrambi i lime al vivo e tagliarne la polpa a rondelle, unendola ai fichi.


Mettere la casseruola su fuoco basso e portare lentamente ad ebollizione, quindi alzare leggermente la fiamma e da quel momento cuocere per circa una cinquantina di minuti, mescolando spesso con una spatola di legno, in modo che prima i fichi rilascino il loro liquido e poi si asciughino e si ammorbidiscano fino quasi a spappolarsi.


Trasferire la composta in una ciotola ad intiepidire e, nel frattempo, lavare bene la casseruola ed asciugarla accuratamente, meglio magari mettendola per qualche istante vuota sul fuoco.

Passare la composta al passaverdure con disco a fori medi per eliminare il grosso dei filamenti ma mantenere il "crocchiarello" dei semini.

Rimettere la composta nel tegame asciutto, mescolarvi lo zucchero, quindi accendere a fuoco basso e, dal momento in cui riprende il bollore, cuocere circa 7 o 8 minuti, quel che basta allo zucchero per sciogliersi bene ed al composto per raggiungere la densità propria della marmellata.

Nel frattempo sterilizzare i vasetti (45 secondi al microonde massima potenza oppure 6 minuti nel forno a 150°) e versare il rum in un pentolino di acciaio.

Quando la marmellata è pronta levare i vasetti dal forno ed accendere il fuoco sotto il rum fino a che quasi sobbolle, quindi incendiare il liquore e versarne un cucchiaio in ogni vasetto mentre ancora fiammeggia.

Roteare un vasetto per volta (attenzione: scotta! Meglio usare un bel un guanto da cucina) in modo che il liquore infiammato si distribuisca bene su tutte le pareti, "disinfettandole" ed aromatizzandole.

Dividere la marmellata calda nei vasetti badando a non sporcarne i bordi (qui manca la foto perchè le mani erano impegnate a far tutto velocemente, con cura e ... senza scottarsi!)

Versare il liquore rimasto (che anche fuori dal fuoco starà continuando a bruciare) sopra la marmellata, chiudere con cura i vasetti, avvolgerli in un panno pesante di spugna o di lana e lasciarli raffreddare lentamente, anche 24 ore, fino a che sono a temperatura ambiente.


Liberare quindi i vasetti dall'involto, purire eventuali zone appiccicose con una spugnetta umida, etichettarli e riporli  in una dispensa buia. Meglio aspettare un mesetto prima di gustare la marmellata, tenendola in frigo dopo l'apertura perchè la scarsa quantità di zucchero non favorisce una lunga conservazione una volta aperto il vasetto.
(Quando tra un mesetto l'assaggerò, credo che la prima cucchiaiata andrà spalmata su pane tostato e burro inglese, quello bello giallo e leggermente salato, ma il resto del vasetto probabilmente verrà utilizzato per qualche utilizzo salato... Lascio dunque il nome "marmellata" per capirci, almeno fino a che non le trovo un uso diverso...)
  • rivoli affluenti:
  • per pensare, almeno ogni tanto, come ragazzini: Silvia Vegetti Finzi, Anna Maria Battistin, L'età incerta. I nuovi adolescenti, Mondadori
  • un luogo pieno di consigli pratici sulla dislessia: il dis-blog
  • l'abitudine (geniale!) di passare i vasetti per le marmellate con il liquore caldo l'ho imparata da una ricetta di qualche anno fa (anche se in quel caso usavano il Cognac) pubblicata in: Sale & Pepe, settembre 1996, pag. 92

lunedì 9 agosto 2010

il silenzio di agosto

Avvertenza: questo post non contiene ricette e parla di argomenti per la maggior parte noiosi e personali. Si può tranquillamente saltare.

Per tre anni l'estate non ho fatto vacanze. Nel senso che l'attività lavorativa ogni anno era sospesa per una decina di giorni al centro di agosto, ma per un motivo o per l'altro negli ultimi tre anni ad agosto non mi sono mossa. Va be', facciamo un po' di outing, tanto di questi tempi la rete è quasi deserta e non se ne accorge nessuno...

Tre anni fa mi sono potuta concedere sono due giorni al mare, dopo di che motivi familiari mi hanno riportato a casa, mentre due anni fa ho approfittato della chiusura agostana per traslocare casa (dire "non mi sono mossa" in quel caso è un malriuscito eufemismo...).

Lo scorso anno invece l'ho trascorso proprio al lavoro, dopo una micro-puntatina in montagna, a terminare un noiosissimo ed urgentissimo arretrato. Ma non è stata poi una grande sofferenza perchè in qualche modo mi sentivo una privilegiata. Il lusso stava nel decidermi da sola gli orari, nel ritrovarmi completamente da sola in un luogo solitamente affollato e soprattutto non vedere la mia concentrazione costantemente interrotta da squilli di telefono e bussate alla porta.

Mi illudevo che sarei poi partita a settembre od ottobre. Invece ho tirato fino al giugno successivo prima di concedermi tre (di numero) giorni in Inghilterra. I risultati han cominciato a farsi notare presto ... nel senso che forse prima di queste annate statiche apparivo leggermente più normale.

Ed ora sono qui, ancora al lavoro per qualche giorno, strisciante a livello di energie fisiche ma euforica mentalmente perchè, finalmente, quest'anno ho deciso di infischiarmene di imprevisti, doveri ed arretrati e di partire a qualsiasi costo.

Tutto questo, oltre che per raccontare un po' di fatti miei a caso, soprattutto per spiegare perchè ho latitato ultimamente sul blog (traduzione acquavivese di "infischiarsene degli arretrati": giocare d'anticipo e lavorare il triplo prima della partenza...) e perchè sparirò proprio del tutto per qualche giorno.

La prima parte del programma è chiara: Gran Bretagna di nuovo, a zonzo per una settimana fuori dai circuiti classici tra campagne, paesetti e paesoni, a recuperare tutte quelle sensazioni che ho dovuto abbbandonare sul posto l'ultima volta a causa della fretta.

L'ultima parte del programma è chiara: qualche giorno in riva al mare ligure, tra ombra, libri e tende svolazzanti, a godermi quella chimera di riposo inseguito da anni, che dovrebbe tamponare il ripidissimo, triennale tracollo psicofisico evidente nella sottoscritta a tutti i livelli.

La parte centrale del programma non ha un programma, volutamente. Oltre a precauzionalmente (scaramanticamente?) tradurre il concetto acquavivese di "infischiarsene degli imprevisti",  serve poi a barare sulla parte dell"infischiarsene dei doveri", dato che mi sono assunta per agosto un compito semilavorativo che mi ritrovo a non poter delegare come teoricamente previsto...

Mi piacerebbe, per la verità, riuscire a dedicare qualche giorno anche ad un'opportunità complessa e stimolante a cui avevo accennato qualche giorno fa, che in realtà potrebbe concretizzarsi all'ultimo come potrebbe svanire nell'assoluto nulla. E che arriverà con calma, al momento giusto, che può non essere questo. Diciamo che questo momento intermedio non determinato serve soprattutto a gustarsi qualche giorno a casa, come negli anni scorsi ho imparato a fare in fondo anche gioiosamente.

Forse in effetti non è corretto sostenere che non ho fatto vacanze, sarebbe più vero dire che negli ultimi tre hanni non ho viaggiato durane le ferie estive, ma ho imparato a gustarmi la pigrizia, il silenzio e la calma di una vacanza in città durante il deserto mese di agosto. E  non ci voglio rinunciare, almeno per qualche giorno, nemmeno questa volta, nonostante ora io abbia l'occasione anche di partire...

Non so con precisione se in tutto questo frattempo mi troverò a scrivere e cucinare qui dentro; solo l'anno scorso il computer è entrato in una mia estate e non ci ho ancora fatto l'abitudine. Vedo che molti blog annunciano  la "chiusura per ferie", altri hanno semplicemente lasciato in vetrina l'ultimo post pubblicato, altri ancora continuano a raccontarsi dalle località di villeggiatura, dalle tappe di viaggio o, come sempre, da casa.

Io devo ammettere di non aver ancora scelto una linea editoriale quindi non so qui che capiterà. Diciamo solo che non mi porto il computer in viaggio ma che fa parte delle mie vacanze. Per il momento di silenzio che durerà qualche giorno lascio spazio a delle immagini, illustrazione del mio personale concetto di vacanza:  una è la partenza (il mezzo o la destinazione non sono importanti, basta sia un moto verso altrove)


una è incontrovertibilmente la Gran Bretagna affascinante e minuta, che al momento gioca il ruolo di meta


ed una è proprio solo il relax, che non sta nel viaggio o nel luogo o nella durata ma nello "stacco", nella capacità di anima e corpo di starsene per un momento in silenzio...

  • rivoli affluenti:
  • per ciascuno la personale selezione di libri che giace da tempo sul comondino in attesa di tempo e spazio da dedicare alla lettura.
  • In fondo alla mia pila, quindi quello con più antico diritto di precedenza: Marcela Serrano, Il Tempo di Blanca, Feltrinelli

domenica 1 agosto 2010

paradossi cotti

(... certo che con 'sti caspita di titoli appiccicati sopra ai post quando mai un motore di ricerca si accorgerà di me?! Mi sa che sotto sotto lo faccio apposta...)

In una situazione che avrebbe dovuto essere lavoro ho davvero "conosciuto" delle persone. Quasi paradossale ritrovarsi a confrontare anime simili in un contesto tanto inaspettato.

Una di queste persone forse si porterà via qualche giorno della mia estate, incredibilmente, concretamente, se appena riesco a dedicare a me stessa qualche momento in più di quanto potrei. Ma la vicenda merita un racconto a parte. Che arriverà, appena mi ci raccapezzo (che riesca o meno nell'impresa personale di scovare due giorni in più di ferie).

Un'altra di queste persone mi ha donato un libro di poesie. Senza sapere del mio nick, delle mie deviazioni nipponiche, senza conoscere i colori del mio blog ne' quelli dei miei puntini di sospensione. In copertina l'opera grigioazzurra di un artista giapponese; questa, aperta a caso, la composizione che da titolo alla raccolta:

Essere fiume
acqua viva
vorace
impeto di spazi
a lambire
vertigini d'amore
muri d'odio
a dissetare mute zolle
schiene curve...
Essere fiume
limpido specchio
di luci nuove
e quotidiani addii
dove scorre
lo sguardo
ad incontrare
linee di cielo
infiniti silenzi...

Caso? Paradosso? O solo la logica natura dello scorrere della vita...

Non so se questo lavoro andrà in porto. Non so cosa apprezzo o desidero di più, in merito. Difficile scavare la verità, in questo pastrocchio di priorità. Questo sì è paradosso.

"Il termine paradosso deriva dal greco ed e' composto da para (contro) e doxa (opinione). Indica una proposizione formulata in evidente contraddizione con l'esperienza comune o con i propri principi elementari della logica ma che sottoposta a rigorosa critica si dimostra valida.
I paradossi sono smagliature di assurdita' nel tessuto della conoscenza: dapprima ci fanno dubitare delle nostre credenze e poi ci spingono a ridefinire i nostri concetti."

Situazione che apprezzo molto il paradosso, direi quasi che mi ci diverto: che c'è di meglio, come acqua che scorre, che ridefinirsi continuamente?!  Forse è per quello che ogni tanto arrivo a cucinare cose paradossali. Come a cuocere una bibita salata (così, giusto per cambiare il tono della conversazione)...

Per dire: tutti son capaci di rispondere a questa semplice domanda: "zuppa da bere?!" "Gazpacho!" Sì, ma trovala tu poi una zuppa da bere "vera", cioè che non sia un frullato di verdure ma sia... cotta! (Che poi uno si chiede: ma perchè le vengono in mente certe stronzate?! Chi può dirlo... Ma che aspettarsi in fondo da una che ama i paradossi...)

Ovvio che i momenti estivi climaticamente differenti dall'afa/caldo torrido virano le percezioni, perchè di solito ci si può tranquillamente accontentare o di un vero e proprio frullato, oppure di una bella ciotola di zuppina servita a temperatura ambiente o persino tiepida, da sorbire ordinatamente con il cucchiaio...

Ma se si avesse voglia di bere una "zuppa vera"... perchè accontentarsi del solito quando abbiamo a disposizione, appunto, il paradosso? Ed ecco che, ignorando con vero atteggiamento snob gli eccessi di calura, qui ci sono di mezzo brodo caldo e farina tostata.

La nostra vellutata però, dopo quei pochi minuti trascorsi ai fornelli, viene accuratamente custodita in frigo e debitamente allungata con ghiaccio a sciogliere nella mezz'oretta prima della degustazione. Insomma: parte come un'autentica zuppa per poi diventare a tutti gli effetti "veramente" qualcosa di sorseggiabile dal bicchiere, meglio ancora se attraverso una cannuccia.

Cuocere per poi raffreddare. Bah... Va be', oggi è così. Poi sta alla fantasia ed al buon cuore di chi la offre decidere a che punto del convivio e sotto che veste presentarla ai propri commensali. Io l'ho proposta, in posizione "classica" tra l'antipasto e la pasta fredda, come una:


Bibita vellutata di erbe e zucchine
ingredienti per 4 persone:
una montagna di erbe fresche dell'orto (qui, in ordine sparso: basilico, menta, timo, rosmarino, origano, prezzemolo, maggiorana e salvia), diciamo in tutto due belle tazze
4 zucchine
1 spicchio d'aglio
1 cucchiaio di farina di riso (ma anche farina comune o amido di mais, volendo)
1 lt. abbondante di brodo vegetale leggero
1 cucchiaio di olio extravergine leggero
sale
pepe al mulinello

Tagliare le zucchine a dadini; mondare bene tutte le erbe staccando le foglioline, ma conservare 4 rametti (tutti uguali o diversi tra loro) per la decorazione; sbucciare l'aglio ed inciderlo; portare a bollore il brodo.

In un tegame dai bordi alti saltare le zucchine con poco olio insieme all'aglio e, dopo due minuti, unire le erbe tranne basilico, menta e qualche foglia di prezzemolo, lasciando insaporire bene per un altro minuto.

Spolverare con la farina di riso e lasciar tostare leggermente per un paio di minuti, rimestando con una spatola piatta in modo che la farina non attacchi sul fondo del tegame.

Coprire con il brodo vegetale bollente, grattare ancora bene sul fondo con la spatola e, non appena riprende il bollore, coprire e cuocere 20 minuti.

Regolare di sale,  quindi unire menta, basilico e prezzemolo e spegnere, lasciando intiepidire.

Eliminare l'aglio e frullare la zuppa lasciandola pure abbastanza liquida (se non si apprezzano i possibili pezzettini di erbette ma si vogliono texture e colore molto uniformi usare il passaverdure oppure passare il frullato al setaccio), quindi metterla in frigo in contenitore ermetico per almeno un paio di ore.

Una mezz'oretta prima di servire unire una tazza di cubetti di ghiaccio, in modo che si sciolgano quasi totalmente. Versare quindi in bicchieri da bibita e servire con una leggera macinata di pepe fresco, decorando con i rametti di erbe (nella foto origano quasi fiorito), qualche ulteriore cubetto di ghiaccio ed una cannuccia...


Queste stesse dosi valgono per 12-16 miniporzioni da fingerfood, servite in shot o bicchierini da grappa, senza cannuccia e con solo una fogliolina come decoro... ma abbondantissimo pepe!
  • rivoli affluenti:
  • la poesia è in: Guido Olivieri, Essere fiume. Poesie, Casa Editrice Il Veliero
  • la definizione di "paradosso" l'ho presa qui