giovedì 30 dicembre 2010

leprotti, colombi, magie

Non ha tanto senso attendere la fine dell'anno in corso per riassumere la propria vita o l'inizio di un anno nuovo per porsi obiettivi od elencare sogni da avverare. L'ultimo giorno dell'anno, così come il primo, sono dei giorni semplici e normali, come tutti gli altri trecentosessantaerotti. Ed i miracoli possono succedere in ognuno di questi giorni.

Alba usciva di casa qualche giorno fa e in piena città le ha attraversato la strada un leprotto. Ha fermato l'auto, ha spento i fari per non abbagliarlo (ricordava da un romanzo di Adams il punto di vista di un coniglio immobilizzato dal terrore davanti alla luce improvvisa di un'auto nella notte...), ha ignorato i clacson  impazienti delle auto in coda dietro di lei fino a che al leprotto è passato lo stupore e si è rifugiato in un giardino lì vicino.

Il suo stupore invece le è rimasto dentro intatto per almeno un altro paio di giorni, fino a che durante una nevicata fittissima ha spiccato il volo proprio davanti ai suoi occhi un colombo bianco più della neve, frullando qualche istante insieme ai fiocchi fuori dalla finestra e sparendo poi verso l'altro, bianco perso nel bianco.

Alba già sapeva da tempo che le magie succedono tutti i giorni, ma queste ultime piccole bellezze l'hanno spinta ad accendere il computer e a spedire una mail che attendeva da tempo di essere completata. Una lettera iniziata un anno e mezzo fa, costruita giorno per giorno con il passare del tempo, completata oggi, come per magia. Oggi, che non è l'ultimo giorno dell'anno e neppure il primo.

Una lettera per raccontare che il silenzio con amici lontani era dovuto all'aggravarsi della sua malattia, alle cure faticose, agli impegnativi viaggi della speranza. Righe dolorose e pesanti, che poco per volta hanno potuto cominciare a parlare di regressione, di un domani da far seguire ad un oggi, del riaccendersi delle forze per lottare.

Una lettera che ad un certo punto racconta di nuovi malesseri sovrapposti ai primi ma con una causa tutta diversa, e di nove mesi di una dedizione, un silenzio ed una fatica tutti nuovi ed inaspettati. E di una nascita, e di due sorrisi che vincono su tutto, mamma e bambino, intrecciati ed indivisibili.

Note aggiunte poche per volta, in date qualsiasi, come una serie di magie senza scadenza, a mano a mano che i miracoli accadevano. E mai spedite per discrezione soprattutto, perchè l'attesa di capire cosa sarebbe successo dopo non era più abituata a permettersela.

Alba oggi, dopo il leprotto ed il colombo, ha invece anche lo spunto per mettere tutto in favola e trova la forza e la gioia per completare la sua lettera e spedirla agli amici, mascherando le sue sofferenze e le sue vittorie dietro lo schermo delicato di un racconto per bambini. Alba ed il suo coraggio sono il vero miracolo, anche se la fiaba grazie al suo pudore si intitola diversamente.

Gli amici che riceveranno oggi questa lettera non potranno che tirare un sospiro di sollievo, ringraziarla per la profondità e la dolcezza del suo insegnamento ed unirsi idealmente a lei a festeggiare ogni singolo giorno di questo anno passato, insieme ad ogni piccolo grande sogno che è finalmente possibile dedicare ai giorni che verranno.

E verrà anche Capodanno ora, che di diverso dagli altri giorni questa volta ha proprio solo la cena tradizionale con cotechino e lenticchie. Non so se Alba li metterà in tavola la sera del 31, ma per sottolineare la dolcezza di questo momento stupendo di gioia e speranza profonde io da lontano aggiungo idealmente qualcosa di dolce al suo ipotetico piatto di lenticchie.

E mentre l'anno scorso  mi ero rifatta alla tradizione spagnola dell'uva, questa volta provo ad abbinare le lenticchie ad un altro tipo di frutta, dolce ma anche un pochino aspra, come la vita...


Zuppa di lenticchie rosse e mele
ingredienti per 12 persone:
600 gr. di lenticchie rosse (o mix di lenticchie rosse, farro e riso)
5 mele Stark (o altre mele rosse)
140 gr. di pancetta affumicata tagliata in 4 fette spesse (o cotechino cotto, per fare più Capodanno...)
2 carote
2 gambi di sedano
1 cipolla
4 chiodi di garofano
2 foglie di alloro
2 lt. di brodo vegetale bollente
3 cucchiai di olio extravergine
10 gr. di burro
1/2 cucchiaio di zucchero
1 pezzetto di alga kombu (facoltativa, serve silo per evitare gli effetti collaterali delle lenticchie)
sale
pepe al mulinello

Sciacquare le lenticchie in acqua corrente per un paio di minuti e scolarle bene; tritare sedano, carote e cipolla; tagliare la pancetta (o il cotechino cotto e spellato) a dadini piccoli; lavare molto bene le mele, levare il torsolo a 4 di esse e tagliarle a dadini senza sbucciarle.

Scaldare due cucchiai di olio sul fondo di una pentola di terracotta e saltarvi le verdure tritate insieme all'alloro ed alla pancetta (o cotechino) per qualche minuto, fino a che si sono bene insaporite.

Unire le lenticchie e cuocere a fuoco vivace un altro paio di minuti fino a che sono diventate belle lucide, levare qualche dadino di pancetta o cotechino che servirà per la decorazione ed unire quindi le mele, i chiodi di garofano (e l'alga).

Coprire con il brodo bollente (probabilmente ne basterà 1,5 lt., meglio tenere il resto in caldo, da aggiungere se la zuppa dovesse inspessirsi troppo) e cuocere per 20/30 minuti, a seconda del tipo di lenticchie, fino a che è tutto bello morbido.

Nel frattempo tagliare l'ultima mela a fettine sottili, sempre senza sbucciarla, e dorarla in un tegame con l'olio rimasto ed il burro fino a che comincia a colorire; spolverizzare con lo zucchero ed un pizzico di sale e lasciar caramellare leggermente, quindi spegnere il fuoco, pepare leggermente e tenere in caldo.

Eliminare l'alga e, se si riescono a trovare, i chiodi di garofano, frullare grossolanamente circa metà della zuppa e miscelarla di nuovo nel tegame in modo da ottenere una minestra un po' rustica (oppure passarla tutta finemente se si preferisce una vellutata più raffinata), rimettere sul fuoco, aggiungere eventuale brodo per ottenere la densità desiderata, regolare se serve di sale, pepare abbondantemente e scaldare per bene.

Servire fumante in ciotole individuali, decorando con le fettine di mela caramellate, i dadini di pancetta croccante (o di cotechino) ed una spolveratina di pepe fresco.

  • rivoli affluenti:
  • per vivere in prima persona l'esperienza di un coniglio abbagliato da un'auto: Richard Adams, La collina dei conigli, Rizzoli
  • una ragione di speranza: Barnea E.R., Jauniaux E., Schwartz P.E., Cancro e gravidanza, CIC Edizioni Iternazionali

giovedì 23 dicembre 2010

il profumo dell'attesa

Anche l'anno scorso aspettavo al varco il 23 dicembre per intonare a pieno gusto una delle canzoni più intense e neglette dedicate al Natale, ma una brutta infreddatura mi impedì al momento giusto di articolare suoni intelleggibili e così fui costretta a dare forfait.

Gli acciacchi di quest'anno (e già, perché ad una certa età c'è sempre qualcosa che ti tiene compagnia e ti ricorda che hai anche un fisico a cui badare...) per fortuna non riguardano la gola, così posso finalmente piazzare qui la citazione giusta al momento giusto, guardare il panorama gelato fuori dalla finestra e canticchiare per tutto il giorno: "ci scommetto che nevica, tra due giorni è Natale (...!), ci scommetto dal freddo che fa..."

E mentre la mente viaggia tra musica e poesia le mani lavorano ai biscottini per la Colazione della Vigilia, il primo momento in cui la famiglia sparsa, allargata e variegata in cui vivo riesce finalmente a riunirsi. Poi durante il resto della giornata ci si divide di nuovo perché c'è chi ancora lavora, chi corre, chi cucina, chi confeziona pacchetti o prepara la casa per il grande evento del giorno dopo, ma ritrovarsi a tavola per cominciare un un pochino di anticipo a godersi l'atmosfera speciale che si crea quando siamo insieme... come si dice "non ha prezzo".


Ognuno la mattina del 24 porta qualcosa ed abbiamo il gusto di pregustare anche queste piccole sorprese: chi dovrebbe procurare la pancetta da mettere in tegame con le uova ed invece presenta un altro salume speciale, chi sostituisce le uova di gallina con piccole ovette di quaglia o un gigantesco uovo di struzzo, chi al posto del caffè prepara una cioccolata dai profumi sempre nuovi, chi arriva con marmellate elaborate oppure semplicissime... A me toccano i biscotti, che quest'anno, ispirata da una ricettina superinglese di Edith Pilaff, contengono lo zenzero.

Solo che io non ho usato solo quello in polvere ma ce l'ho grattugiato dentro pure fresco, perché il suo pizzicorino meglio si intona al freddo frizzante degli alberi innevati, del Babbo Natale rubizzo che pende dall'albero, al bene che contano le persone che non potranno arrivare più, al tempo che passa piano, ai sogni che tutti facciamo per il gusto di farli, anche senza imporre loro il dovere di avverarsi. Un pizzicorino che si intona bene con il gusto del Natale.

C'è la luna sui tetti,
c'è la notte per strada,
le ragazze ritornano in tram;
ci scommetto che nevica,
tra due giorni è Natale,
ci scommetto dal freddo che fa.

E da dietro a una porta
sento uno che sale
ma si ferma due piani più giù.
E' un peccato davvero
ma io già lo sapevo
che comunque non potevi esser tu.

E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai,
se cammini nel mattino
e ti addormenti la sera
e se dormi, che dormi
e che sogni che fai.

E tu scrivimi, scrivimi
per il bene che conti,
per i conti che non tornano mai,
se ti scappa un sorriso
e ti si ferma sul viso
quell'allegra tristezza che c'hai.

Qui la gente va veloce
ed il tempo passa piano
come un treno dentro a una galleria.
Tra due giorni è Natale,
non va bene e non va male,
buonanotte, torna presto e cosi sia.

E tu scrivimi, scrivimi
se ti torna la voglia
e raccontami quello che fai,
se cammini nel mattino
e ti addormenti alla sera
e se dormi che dormi
e che sogni che fai...


Ginger shortbread - Biscotti allo zenzero fresco
ingredienti per circa 50 biscottini piccoli o 20 grossi:
230 gr. di farina
130 gr. di burro a dadini (+ quello per la teglia)
60 gr. di zucchero bianco
60 gr. di zucchero di canna
1/2 cucchiaino di bicarbonato
1 cucchiaino di zenzero in polvere
1 cucchiaio di zenzero fresco grattugiato finissimo.

Lavorare (con la planetaria) velocemente tutti gli ingredienti insieme fino ad ottenere un impasto molto sabbioso, legandolo eventualmente con un paio di cucchiai di acqua gelata se risultasse troppo asciutto.

Imburrrare leggermente la placca del forno (o coprirla di carta forno o con una tovaglietta di silicone) e stendervi velocemente l'impasto, pressandolo leggermente ma senza compattarlo troppo, in un rettangolo abbastanza regolare. A me gli shortbread piacciono spessi quindi l'ho lasciato alto circa 8 mm., ma si può stendere anche più largo e sottile.

Lasciar riposare al fresco per mezz'oretta, quindi incidere l'impasto a rettangoli e sforacchiarlo con una forchetta (in alternativa l'impasto si può dividere in una ventina di palline, da appiattire sulla teglia per formare dei dischi da circa 7 o 8 cm.).

Infornare a forno ventilato a 170° o statico a 190° per circa 20 minuti, quindi prima che si dorino eccessivamente, levare la teglia dal forno e ripassare la lama nelle incisioni per separare i singoli biscotti.

Appena cominciano ad indurirsi passare i biscotti su una gratella e lasciar raffreddare completamente. Si conservano in una scatola di latta per qualche settimana.

In che senso, uno si chiede, gli shortbread possono essere "grossi" o comunque ricavati da palline di pasta irregolari? Semplice: sopra è fotografata la versione seria "all'inglese", perfetta per il tè delle cinque, qua sotto invece vediamo quella meno azzimata, più spontanea ed intima, per il nostro speciale "rito di pregustazione" che inizia con la Colazione della Vigilia...
Adoro questi giorni dell'attesa, sembrano buoni come il profumo di biscotti appena sfornati. Per questo auguro anche a chi non è di famiglia buon 23 dicembre, Antivigilia di Natale.
  • la ricetta originale senza le mie variazioni, compresi un po' di storia dei biscottini veri e trucchetti interessanti per prepararli? Rivolgersi ad Edith Pilaff qui!
  • la colonna sonora di questo biscottamento prenatalizio è naturalmente: Francesco De Gregori, "Natale", De Gregori, 1978.

martedì 21 dicembre 2010

ruote che portano lontano

L'altra sera ho rivisto per l'ennesima volta Polar Express. So che potrei essere tacciata di eresia, ma mi sembra un film paragonabile a Blade Runner... nel senso che ogni volta ci scopri dei nuovi dettagli che alla visione precedente non avevi notato. Ed ogni volta mi lascio prendere dall'incanto natalizio. Come  mi succede per tutte le favole, quando sono raccontate bene.

Questa volta ero in compagnia di un pubblico sceltissimo, per la precisione una signorina di otto anni che non è proprio proprio proprio convintissima di Babbo Natale ma è assolutamente intrisa della magia del Natale. Credo sia una di quelle persone che continuerà a sentire  il suono delle campanelle della slitta volante per tutta la vita. Ciò nonostante ha dato dell'insieme una lettura davvero sorprendente...

Mi ha colpito molto, infatti, il personaggio che più le è rimasto impresso di tutto il film. Il vagabondo accampato sul tetto, oltre ad essere ascoltato con attenzione in ogni sua parola, è stato anche riprodotto il giorno dopo sotto la lista della spesa sulla lavagna di cucina (foto arrangiata al volo, chiedo scusa...), con tanto di fagotto in spalla e caffettirea sul fuoco.


Quale sarà stato il messaggio che le ha lasciato questo evanescente personaggio? "Casa è ovunque"? "Il bene arriva da fonti inaspettate"? "Si può ridere anche nelle situazioni più difficili"? "Non giudicare solo dalle apparenze"?

O forse noi grandi siamo troppo distratti dalla nostra smania di dietrologia e più semplicemente le è piaciuto l'unico personaggio non scontato?  Perchè Babbo Natale con tutti i suoi Elfi, il bambino povero e quello saccente, gli amici che ti aiutano nel momento del bisogno, i cristalli di ghiaccio ed i pupazzi di neve fanno già parte di un sacco di altre storie.

Un vagabondo fuori casta nel look e fuori contesto nella trama della favola classica, che sparisce come sabbia ma riappare sempre quando serve una mano, che filosofeggia sul senso di quello che è reale e quel che non lo è rivolgendosi ad un ragazzino (che fatica pure a stare in piedi nelle sue pantofoline ricamate, figuriamoci cogliere il significato ironico di un dialogo sopra le righe) ... be', non c'è che dire: spiazza.

E probabilmente ti entra dentro più di tutti i balocchi e le magie e gli ottovolanti e le slitte tintinnanti che costituiscono il piccolo e tenace lato fiabesco tanto apprezzato da noi spettatori altrimenti disincantati. Così io la notte ho sognato elfi e minuscole casette rosse nella neve, la signorina di otto anni non so con precisione, però poi ha disegnato il vagabondo.

Ha disegnato la consapevolezza che bisogna pensare, al di là di quel che incanta gli occhi, e che anche capire meglio le cose o comunque porsi dei dubbi ha la sua parte di fascino e di eccezionale magia.

Tanto di cappello dunque ad una ragazzina che "mi ha bagnato il naso" di fronte ad una fiaba, che si è fatta incantare dall'aspetto meno "magico" ma forse più poetico dell'intera storia... e che il giorno dopo mi ha pure regalato una ricetta, dettandomi con grande accuratezza tutti i passaggi che qui sotto diligentemente riporto...


Le ruote del Polar Express
ingredienti:
2 uova
3 cucchiai di latte
100 gr. di formaggino cremoso
60 gr. di prosciutto cotto a fette sottili
1 cucchiaio di olio
1 pizzico di sale
olive verdi per decorare

Rompere le uova, eliminare i gusci, metterle in una ciotola e sbatterle con il latte ed il sale.

Scaldare l'olio in una padella, versarci le uova e preparare una frittata sottile.

Lasciarla raffreddare, spalmala con il formaggino e lasciar riposare 5 minuti perchè non si rompa.

Coprirla con il prosciutto, arrotolarla ben stretta, tagliarla a rotelle, mettere sul piatto e decorare con le olive.


Poi posare il piatto sulla neve,  perchè queste rotelle ti portino lontano dal modo comune di vedere le cose... Con la stessa magia delle ruote di un vero Polar Express.


Certo, per una volta la ricetta non è mia ne' nell'ideazione ne' nell'esecuzione,  ma la lascerei crescere ancora un pochino così e poi voglio vedere se la signorina non passa in fretta dalla categoria "young&easy" a quella degli "chef veri"...

  • rivoli affluenti:
  • Robert Zemeckis, The Polar Express, 2004.

sabato 18 dicembre 2010

imparare e improvvisare

Napoli ha un modo tutto speciale di prendere le cose con filosofia. Mi piace imparare da questa atmosfera di fatalismo e accorata speranza sempre presente nelle sua vene, con sfumature diverse a seconda che sia estate piena o il momento di prepararsi al Natale.

Della stagione calda qui non ho ancora parlato, della Napoli invernale invece avevo raccontato l'anno scorso. Ci sono ricapitata di recente, questa volta più consapevole. Ma la città mi ha travolto lo stesso...

Sì, c'erano i cumuli di rifiuti nelle strade. Ho visto anche uno spazzino girarci intorno con la scopa, sgombrando accuratamente lo spazio rimasto libero sul marciapiede tra il pattume ed il muro in modo che la gente potesse camminare su un lastricato pulito. Arte dell'improvvisazione sul concetto di qualità.

Anche così ho imparato che c'è sempre una sopravvivenza possibile, che per rispetto non ho fotografato. E poi ho pensato di lasciar descrivere anche il resto delle emozioni a chi conosce e canta Napoli molto più profondamente di me:

Napule è mille culure,


Napule è mille paure,


Napule è a voce de' criature
che saglie chianu chianu


e tu sai ca' nun si sulo.


Napule è nu sole amaro,


Napule è addore 'e mare,


Napule è 'na carta sporca
e nisciuno se ne importa


e ognuno aspetta a' sciorta.


Napule è 'na cammenata


int' e viche miezo all'ate,


Napule è tutto 'nu suonno


e a' sapè tutto o' munno
ma nun sanno a' verità...


Ogni luogo ha il suo modo speciale per insegnare, si diceva. E tra malinconie e risate a Napoli ho anche appreso di cucina, naturalmente! Nonostante non mi abbiano voluto scucire la ricetta dell'impasto (quanto sarà improvvisabile la riproduzione dell'antica sapienza?!), in trattoria ho imparato i diavolilli di pasta fritta condita con rucola, pomodorini, parmigiano e olio al peperoncino,


mentre dal macellaio ho imparato i cicoli...


Si tratta di una soppressata di pancetta cotta a vapore, che per tradizione si mangia a fette con sale e pepe o si usa insieme alla ricotta nel ripieno della pizza fritta. Il sapore in verità è delicatissimo, molto meno salato di quanto immaginassi, mentre la texture è insieme compatta e morbida, perfetta sia al naturale che in una breve cottura. 

Ho pensato che questa sua delicatezza potesse essere perfetta per interpretare in versione superdiafana un'altra ricetta tipica napoletana, salsiccia e friarielli, dove naturalmente sia di salsiccia che di friarielli non c'è presenza e rimane solo l'ispirazione. Mi scusino i Napoletani ed i tradizionalisti se uso soja invece di sale ed il tutto in generale prende un'aria un po' (troppo?) giapponese...


Improvvisazione di cicoli e bok choy
ingredienti per 4 persone
300 gr. di cicoli
4 piccoli bok choy (*)
2 porri
2 cipollotti rossi
2 gambi di sedano
1 dadino di zenzero fresco
1 cucchiaio salsa di soja
3 cucchiai di sakè
1/2 cucchiaino di zucchero
1 cucchiaio di olio di arachidi
5  o 6 grani di pepe

Tagliare i cicoli a dadini, ogni cespo di bok choy in 4 per il lungo, il sedano a tocchetti, lo zenzero a fettine, i porri a rondelle spesse ed i cipollotti a rondelle sottili.

Scaldare l'olio in un ampio tegame e saltarci per un minuto porri, cipollotti, sedano e zenzero.

Unire il bok choy ed il pepe e dopo 2 minuti i cicoli.

Sfumare con il sakè, spolverizzare con lo zucchero e lasciar cuocere a fuoco vivace per un minuto o due, in modo che tutto si insaporisca ma resti croccante.

Condire con la salsa di soja, rimestare con cura e servire ben caldo.


(* il bok choy o pak choy è una verdura di origine orientale della famiglia dei cavoli. In sua mancanza si possono usare coste, scarola, cime di rapa, cavolo cappuccio tagliato fine od un misto di queste verdure.)

  • rivoli affluenti:
  • Pino Daniele, "Napule è" in Terra mia, 1977.

lunedì 13 dicembre 2010

vieni a cena stasera?

Sul filo di lana riesco finalmente ad accettare l'avvincente proposta di invitare a cena amici celiaci lanciata da Simonetta, alias Glu.fri, per il compleanno del suo blog.

Spesso cucino gluten-free senza rendermene nemmeno conto tanto che, vista la mancanza di tempo cronica del periodo, avrei anche potuto frugare nell'archivio del blog e di certo sarei riuscita a comporre un menù adatto all'occasione. Ma lo stimolo andava oltre, si trattava di prestare profonda attenzione ad un altro modo di guardare l'alimentazione.

Ho amici celiaci e con intolleranze varie quindi mi sembrava carino, come a volte faccio nella realtà, cercare di pensare a preparazioni che nascessero per conto loro senza sembrare adattamenti di ricette glutinose. Credo sia per questo che non mi è venuto in mente un menù particolarmente elegante, piuttosto una piccola serie di portate rustiche, invernali (scusa Simonetta ma qui siamo quasi sotto zero!), coccolose, informali ed anche molto "casalinghe", come quando si invitano a cena gli amici veri.

Con un comune denominatore in realtà, anzi due: lo zenzero fresco e l'uso delle spezie. Un piccolo tocco di etnico qua e là insomma, perché chi si fida a cenare da me, glutine o non glutine, un po' deve essere preparato a spaziare...

Menù "Metti un Celiaco a Cena"
Crema  di patate dolci e verza all'arancia
Pollo e mele al cardamomo con riso nero al sesamo
Involtini dolci di zucca ai profumi cinesi

Era richiesto di fotografare almeno una delle ricette del menù... ma visto che le avevo tutte cucinate davvero ex novo tanto valeva spiegarle per benino... E allora eccole qua.

L'antipasto, inteso non all'italiana come un piccolo piatto stuzzicante ma, come nel resto del mondo, la vera prima parte del pasto, è una zuppa dagli accenti un po' fusion:


Crema di patate dolci e verza all'arancia
ingredienti per 4 persone:
500 gr. di patate dolci
4 foglie di verza
1 piccola cipolla
1 carota
10 cm. di porro
1 dadino di zenzero
200 ml. di panna acida
900 ml. di brodo vegetale
1 cucchiaio di farina di riso
2 noci di burro
1 cucchiaio di polvere di arancia
2 cucchiai di piselli secchi
2 cucchiai di ceci secchi
1/2 cucchiaino di za-tar (mix di spezie arabe in polvere)
1 pizzico di zucchero
sale

Sbucciare le patate dolci e tagliarle a dadotti, mettendoli subito a bagno in una ciotola di acqua perché non anneriscano.

Tritare grossolanamente carota, cipolla, porro e zenzero e tagliare la verza a julienne.

Stufare le verdure tritate e la verza con una noce di burro fino a che sono morbide, quindi spolverizzarle con la farina di riso e rimestare con cura, in modo che le verdure la assorbano.

Unire il brodo caldo poco per volta, stemperando bene la farina di riso che potrebbe essere rimasta sul fondo, quindi unire le patate dolci, aggiungendo eventualmente qualche cucchiaio di brodo se non dovesse essere sufficiente a coprirle.

Regolare di sale, portare a bollore e cuocere coperto a fiamma bassa per 25-30 minuti, fino a che le patate sono morbide.

Nel frattempo sciogliere il resto del burro in un tegamino e saltarvi i piselli ed i ceci secchi con una spolveratina di sale, lo za-tar, un pizzichino di polvere di arancia ed un pizzico di zucchero fino a che si sono insaporiti, quindi spegnere e lasciar intiepidire.

Quando le patate sono morbide frullarle fino a ridurle ad una crema densa, quindi unire metà della polvere d'arancio rimasta; diluire nella crema metà della panna acida e regolare se serve di sale.

Servire la crema dividendola in quattro ciotole e decorandole con una cucchiaiata di panna ciascuna, una spolveratina di arancia e di za-tar e qualche pisellino e cece tostato.


Per una versione più "light" sostituire il burro con olio extra vergine leggero e la panna acida con 200 gr. di ricotta lavorata con 2 cucchiaini di succo di limone. Per una versione invece più sorprendente fare in modo che in pieno inverno una coccinella rossa si posi sul bordo della ciotola mentre la si fotografa...


Segue poi il piatto principale, sempre nella migliore tradizione internazionale inteso praticamente come piatto unico. In questo caso una leggera dadolata di pollo addolcita dalla frutta:


Pollo e mele al cardamomo con riso nero al sesamo
ingredienti per 4 persone:
300 gr. di petto di pollo
1 grossa mela verde
200 gr. di yogurt greco
1/2 cucchiaio di curry grezzo
4 bacche di cardamomo
2 grani di pepe
1 spicchio di aglio
1 dadino di zenzero grosso come lo spicchio d'aglio
2 cucchiai di olio leggero
semi di sesamo nero
sale

per accompagnare:
200 gr. di riso venere
1 cucchiaio di burro
2 cucchiai di semi di sesamo chiaro
sale
pepe al mulinello

Pestare in un mortaio le spezie con l'aglio e lo zenzero sbucciati fino ad ottenere una pasta omogenea.

Miscelare il pesto allo yogurt con un pizzico di sale ed un paio di cucchiai di latte, in modo da ottenere una consistenza cremosa.

Tagliare sia il petto di pollo, mondato da nervi e pellicine, che la mela sbucciata in dadi di circa 2 cm. di lato, e miscelarli allo yogurt, coprire e lasciar marinare in frigo per almeno 2 ore.

Saltare pollo e mele con la loro marinata in poco olio ben caldo per qualche minuto, in modo che il pollo si dori leggermente e le mele comincino a caramellare.


Servire spolverato di semi di sesamo neri ed accompangnare con riso venere cotto a vapore, insaporito in tegame con una nocciola di burro, sale e semi di sesamo chiari e profumato con una macinatina di pepe fresco.


Ed infine il dolce... che mi sono inventata partendo da una ricetta cinese di involtino primavera alla zucca, porri e funghi (be'... forse sarebbero da chiamare "involtini autunno"...) e modificando la sostanza del ripieno. Ho addolcito un po' la zucca, sostituito le altre verdure con il cioccolato e moderato un po' le spezie. Avrei voluto fare la sfogliatine con acqua e farina di riso ma non avevo tempo, quindi ho usato quelle pronte...


Involtini dolci di zucca ai profumi cinesi
ingredienti per 12 pezzi:
500 gr. di zucca pulita, al netto di buccia e semi
100 gr. di cioccolato fondente al 70%
12 sfoglie di riso per involtini con diametro circa 15 cm.
1/2 cucchiaio di "5 spezie" cinesi in polvere (oppure un misto di anice, cannella, chiodi di gaorfano e pepe)
1 dadino di zenzero da 1 cm. circa
2 cucchiai di zucchero a velo
olio di arachidi
sale

Ridurre la zucca a pezzetti e cuocerla a vapore o in forno, quindi schiacciarla e lasciarla scolare appesa in un telo perché si asciughi bene (le istruzioni dettagliate qui).

Grattugiare finissimamente lo zenzero (oppure spremerlo) ed unirlo alla zucca.

Tritare grossolanamente il cioccolato con un coltello pesante e miscelarlo alla zucca insieme ad un cucchiaio di zucchero a velo, al mix di spezie e ad un pizzichino di sale.

Tenere pronto sul piano di lavoro un piatto pieno di acqua ed immergervi, uno per volta, i dischi di sfoglia di riso per qualche secondo, fino a che il disco si è ben ammorbidito e schiarito. Meglio non metterne troppi tutti insieme perché se stanno troppo a mollo rischiano sia di sfaldarsi che di incollarsi tra di loro.

Disporre sulla sfoglia di riso una cucchiaiata di ripieno formando un salsicciotto allungato


piegarvi sopra il bordo inferiore dei disco e poi i due laterali


ed arrotolare il tutto sul lato rimasto libero, in modo da formare un piccolo sigaro.

Mettere a mollo un'altra sfoglia e ripetere l'operazione per tutti e dodici gli involtini.


Scaldare in un tegame almeno tre dita di olio e friggervi gli involtini per un paio di minuti, fino a che sono ben dorati su tutti i lati, quindi scolare su carta assorbente.

Spolverare con il resto dello zucchero a velo e servire a tavola gli involtini ben caldi.


Questo menù nasce in dedica alla raccolta di Glu.fri cosas varias libre de gluten


PS: il nostro Marco Polo nella sua tappa a Su-Zhou cita giustamente la versione originale degli involtini cinesi, la cui ricetta prometto posterò appena il mondo smette di girare così vorticosamente (prima o poi succederà, no?!)
  • rivoli affluenti:
  • l'unico libro che ho mai letto a tema celiachia (mea culpa?) è: Bruno Barbieri, Squisitamente senza glutine, Bibliotheca Culinaria

mercoledì 8 dicembre 2010

risposte, compreso il "fascinoso"

Inizialmente non sapevo se ringraziare Patrizia o strozzarla... Poi ho preso un bel respiro e ho deciso che sì, posso anche rispondere alle domande della Staffetta dell'Amicizia...che mi ha garbatamente, simpaticamente, gentilissimamente rifilato da più di un mese!

Mi ci è voluto un poì di tempo per abituarmi all'idea. Dicevo giusto qualche giorno fa di quanto io come persona tenda a restare defilata dal blog, lasciando che ne siano protagonisti le storie e le ricette che vi racconto, anche se è inevitabile ogni tanto si caschi nell'autobiografico. Ma si tratta di notizie generiche o di ricordi d'infanzia più che altro, niente insomma di troppo personale riferito all'attualità.

Qui invece la Staffetta mi gira domande specifiche su aspetti della vita e della crescita che non so se avrei mai raccontato spontaneamente qua dentro. Ma va bene così, in fondo il livello di approfondimento resta comunque discrezionale, basta che quel che si dice sia sempre sincero. Ecco allora le mie "risposte":

1) Quando da piccoli vi domandavano cosa volevate fare da grandi cosa rispondevate?
Da piccolina, diciamo in età da asilo, volevo fare la trapezista del circo.
Alle elementari in un tema avevo scritto che il mio lavoro ideale sarebbe stato quello di riempire di colori dei quadratini disegnati.
Verso le medie poi è stata la volta della missionaria laica, per cui immaginavo di diventare medico e poi partire per l'Africa ma senza negarmi la possibilità di un fidanzato.
In fase  liceale, dopo essere svenuta alla vista della ferita di una cugina leggermente infortunata, avevo abbandonato l'idea della medicina pratica ed ero indecisa tra psicologia ed architettura.
In effetti, ora che ci penso, la mia vita attuale è un po' un misto di tutte queste cose! Senza il trapezio e con in più la cucina, per la precisione...

2) Quali erano i vostri cartoni animati preferiti?
Sulla televisone Svizzera alle 20 del sabato sera c'era un programma chiamato "Scacciapensieri" che raccoglieva i cartoni dell'epoca: Pronipoti, Antenati, Yoghi e Bubu, Willcoyote, Speedy Gonzales, Silvestro, Bunny, Braccobaldo, Napo Orso Capo, Svicolone ... insomma: tutto il campionario fuorchè Disney. Era il programma a piacermi, più che i singoli protagonisti, anche perchè era uno dei pochi momenti in cui era permesso a noi bambini guardare la televisione serale.
Se tra tutti dovessi scegliere il personaggio che mi era più simpatico direi Mr. Magoo, un vecchiettino orbo con la testa pelata che si ficcava in un mare di guai per la sua pretesa di vederci benissimo...
Da adolescente invece, con l'arrivo dei cartoni giapponesi, il più figo di tutti per me, non c'è storia, era assolutamente Lupin III.

3) Quali erano i vostri giochi preferiti?
Da piccolina giocavo con i bambolotti (mia sorella faceva la mamma ed io la maestra) o ci costruivamo delle casette con grossi cartoni e pastelli colorati.
Più tardi ho cominciato a divorare libri di favole e di lavoretti (tipo il mitico Fare e Costruire, numero 9 dell'enciclopedia "I Quindici") ed a organizzare con altri bambini del cortile dei tornei di "giochi senza frontiere" e degli spettacolini di ballo, canto e barzellette da mostrare ail gruppo dei genitori.
Gradualmente il mio tempo libero è stato comunque assorbito dai libri, prima tutto Rodari e poi i classici romanzi classici "per bambini" tipo Piccole donne, Pattini d'argento o Oliver Twist.
Mi dedicavo abbastanza poco alla Barbie perchè cominciavo a costuirle una casa con mattoncini di legno, scatole da scarpe e materiali vari (il letto era una ciabatta di mio padre!) e mi ci perdevo talmente che arrivava ora di cena e la bambola era ancora abbandonata in un angolo! Che il mio destino fosse già segnato?!

4) Qual’è stato il vostro più bel compleanno e perchè? 
Forse i quarant'anni, un momento della mia via in cui ero attorniata da molto affetto. Ho ricevuto due regali bellissimi: un bonsai di 40 anni ed un viaggio a sorpresa a Madrid con visita guidata in esclusiva alle cucine del Palazzo Reale. E soprattutto mi sono accorta che arrivare agli "anta" non mi aveva cambiato per niente: nonostante fossi più realista che in passato ero ancora in grado di relativizzare i problemi e di credere in un futuro in cui tutto era ancora possibile. 

5) Quali sono le cose che volevate assolutamente fare e che non avete ancora fatto?
I desideri mi nascono man mano, non ho grandi sogni "fissi" da perseguire da sempre. In ogni fase della mia vita ho trovato scopi, interessi e serenità in modi differenti. A volte abbandono quelli appartenenti al passato senza averli realizzati perchè nel frattempo hanno perso di valore. Sono sempre in attesa di scoprire quali saranno i prossimi.

6) Qual’è stata la vostra prima passione sportiva e non?
Lo sport non è mai stato contemplato come una passione... troppo faticoso! Mi piace sciare, ma anche poltrire davanti al caminetto e fare pupazzi di neve me li gusto con lo stesso impegno.
La mia prima e più grande passione non sportiva, invece, sono sempre stati i libri. E poco dopo la cucina. E con entrambi non ho ancora perso il vizio...

7) Qual’è stato il vostro primo idolo musicale?
Non ho mai avuto poster di cantanti od attori in camera e non ho mai idolatrato nessuno. Però in adolescenza conoscevo a memoria quasi tutte le canzoni dei Pink Floyd, degli Yes, di Pino Daniele ed in generale dei cantautori italiani (De Gregori, Vecchioni, Conte...) e me le cantavo pure spesso. Soprattutto nei viaggi in macchina con gli amici, che dopo un po' andavano in overdose e cercavano di zittirmi in tutti i modi...

8 ) Qual’è stata la cosa più bella chiesta (ed eventualmente ricevuta) a Babbo Natale, Gesù Bambino, Santa Lucia?
(N.B. Rigorosamente Gesù Bambino, non scherziamo con la concorrenza...)
Da bambina Natale è sempre stato una sorpresa, in famiglia era opinione condivisa che non avesse senso fare delle ordinazioni e la letterina serviva solo per ricordare genericamente che ero stata buona quindi non meritavo solo carbone. Era più una dichiarazione di speranza che una volontà di richiesta!
La cosa più bella che ricevevo ogni anno a Natale era proprio l'emozione dell'attesa la sera prima, la scoperta dei pacchi sotto l'albero il mattino presto, la certezza che ogno anno il Natale si sarebbe svolto sempre così, come un giorno speciale e perfetto. 

E dopo tutti questi sproloqui che dire? Rivolgere le stesse domande a qualcun altro? Non vorrei forzare nessuno oltre i limiti della riservatezza che ognuno sceglie per sè. Diciamo che magari salverei le domande più simpatiche e meno compromettenti, tipo la 1 e la 3, e le rivolgerei a chi a voglia di rispondere, che sia con un post apposito sul proprio blog o che sia tra i commenti di questo post, senza obblighi di citazioni, link e regole che mi sembra faccia troppo "catena di sant'Antonio".

Per riprendermi invece dalla fatica di essermi parlata addosso tanto a lungo rispondo alla mia più profonda golosità e mi confeziono poi qualche pasticcino salato (l'ho già detto che fosse per me sostituirei le pasticcerie con delle salaterie, vero?), utilizzando di base la frolla del guscio dolce del vero pasticcino, come nella tradizione tutta napoletana dei rustici...


Tris di pasticcini salati... al formaggio!
per la frolla:
250 gr. di farina
125 gr. di burro (+ quello per gli stampini)
40 gr. di albumi (circa 2 uova piccole o 1 grande)
40 ml. di acqua gelata
2 cucchiai di zucchero
1 pizzichino di sale

per i ripeni:
40 gr. di salsiccia fresca
80 gr. di stracchino o crescenza
1 cucchiaio di nocciole tostate
6 pomodori secchi sott'olio
80 gr. di ricotta compatta
20 gr. di parmigiano grattugiato
1 cucchiaino di origano secco
2 cucchiai di spremuta di arancia
150 gr di fontina o altro formaggio fondente
1/2 cucchiaio di scorza di limone
3 acciughe sott'olio,
1 rametto di rosmarino
1/2 spicchio di aglio
1 fetta di melone bianco

Per la frolla mettere nella planetaria la farina setacciata, il burro a dadini, il sale e lo zucchero e lavorare a velocità bassa con la frusta a foglia fino a che burro e farina si sono amalgamati in tante bricioline.

Unire gli albumi e miscelare bene, poi versare sempre impastando l'acqua a filo, lavorando ancora fino a che si forma una palla compatta di impasto uniforme. Potrebbe volerchene qualche goccia in più o in meno, dipende un po' dalla farina.

Avvolgere le frolla in pellicola e tenerla in frigo per almeno mezz'ora e nel frattempo preparare i tre ripieni:

1) preparare una salsetta con le acciughe tritate ed un pochino del loro olio, aglio tritatissimo, scorza di limone e qualche ago di rosmarino e metterci a marinare per una ventina di minuti la fontina a dadini; tagliare poi il melone a lamelle sottili.

2) tagliare a striscioline i pomodori secchi ben sgocciolati; lavorare a crema la ricotta con parmigiano, origano e succo d'arancia, un pizzico di sale e poco pepe.

3) sbriciolare la salsiccia spellata ed amalgamarla allo stracchino con sale, abbondante pepe e le nocciole tritate.

Stendere la frolla spessore di circa 3 mm., usare gli stampini capovolti per tagliarla nelle forme preferite quindi assottigliare ed allargare ancora leggermente la frolla tra le dita, in modo che coprano comlpetamente gli incavi degli stampi (che vanno leggermente imburrati prima di adagiarvi la pasta). Qui ho usato tre forme differenti per i tre gusti: quadrati per il pomodoro, a mandorla per la salsiccia, tondo per il melone.

Farcire un terzo degli stampi con l'impasto di salsiccia; in un altro terzo adagiare un mucchietto di pomodori secchi e ricoprirli con la crema di ricotta; nell'ultimo terzo deporre una fettina di melone e coprirlo con i dadini di fontina ed un goccio della loro marinata.
Cuocere le tartellette a 180° per 20/25 minuti a seconda del formato e servire calde, tiepide o anche a temperatura ambiente.


Non a caso questi pasticcini sono tutti a base di formaggio, che Patrizia non mangia... Scusa Patrizia, ma in qualche modo dovevo ripagarti! Per farmi perdonare però te la trasformo anche nella ricetta dolce che mi hai chiesto, in un guizzo di amicizia natalizia: prendere la stessa frolla dolce di prima e e con l'apposito stampino farne dei biscottini dalle scritte benauguranti: i Biscottini Natalizi, da spolverare di zucchero semolato, cucoere come sopra e sgranocchiare insieme ad un cestino di cioccolatini...


Queste ricettine, dove al formaggio si accompagna frutta diversa (nocciole, arance e melone), sarebbero la risposta alla parte "fascinosa" che Patrizia/Melagranata si aspettava da me per completare il menù acquavivesco per il Christmas finger food, la sua raccolta natalizia.


  • rivoli affluenti:
  • sul famoso numero 9 de I Quindici c'erano anche delle ricettine di cucina anni '60 un po' americane ma carinissime. Lo consiglio caldamente: Fare e Costruire.

domenica 5 dicembre 2010

due forme di rispetto

Muzio di mestiere fa l'adattatore: traspone i testi dei film stranieri adeguandoli alle logiche, alla cultura, ai suoni, alle velocità ed ai movimenti labiali del parlato italiano. Il suo scopo è facilitare i doppiatori nel ripetere i dialoghi sopra le immagini e regalare agli spettatori un risultato finale che abbia un senso compiuto, coerente con l'originale ed emotivamente intenso, al di là della aderenza letterale della traduzione al testo straniero.

Muzio conduce una vita semplice, nonostante per qualcuno non si possa definire "regolare". Abita in un appartamento bruttino e buio in un paesotto di periferia e non ha l'auto, ma lavora prevalentemente da casa e per il resto gli costa poco spostarsi con treni e autobus: gli rimane più tempo per pensare. E nel suo lavoro il pensiero è tutto, diviso tra sapienza ed intuizione.

Le pareti domestiche in questo non sono un vero limite, dunque non gli interessa affatto ridipingerle od illuminarle meglio come gli suggerisce Carla, la vicina che spesso bussa alla sua porta. O gli porta qualcosa da mangiare, o la cesta dei panni stirati o lo spazzolone per pulirgli un po' casa, che se non si fan due chiacchiere ogni tanto e non ci si aiuta tra vicini che cavolo si sta al mondo a fare?

Muzio è buono e gentile ma anche un po' sconclusionato, specie in campo sentimentale: ha una ex moglie come migliore amica, da lontano fa da padre alla figlia non sua di una ex compagna, da poco è innamorato di una terza donna a cui però non osa rivelarsi per intero. E con cui non ha ancora fatto l'amore, per due forme differenti di rispetto.

E' in treno oggi: i pantaloni sformati alle ginocchia, la giacca a vento slacciata con i guanti infilati nelle tasche, nella sporta di tela un mazzo di porri lunghi e sottili che gli ha regalato Carla ed un vasetto di peperoni sott'olio che ha messo via lui questa estate. Gli amici di sempre decantano i suoi peperoni, dunque è sicuro che non farà brutta figura con la sua innamorata. Sta andando proprio da lei per cucinare insieme, visto che questo weekend sono entrambi liberi.

Abbraccia senza accorgersi la sporta che ha in grembo, guarda dal finestrino la campagna gelata e medita su come raccontarsi. Non si vergogna del proprio carattere svagato, della piccola casa bruttina, dei soldi che non bastano mai perchè la bambina ha mille necessità (e che diamine, non c'è bisogno di un documento legale o di un legame di sangue per voler bene ad una persona!). Lo preoccupa davvero solo il vasetto di peperoni.

Pensa a metà ottobre, quando era a cena da un nuovo traduttore che gli avevano presentato da poco. Collaborano davvero bene sul lavoro e la conoscenza si sta approfondendo con una serie di reciproci ed informali inviti a cena. Quella volta lui si era presentato con i suoi mitici peperoni sott'olio e, mentre l'altro li apriva, Muzio aveva chiesto in tono da conversazione: "Ti fidi in generale delle conserve fatte in casa?" e poi anche, sempre come per caso: "Le mangeresti lo stesso se sapessi che le ha peparate un sieropositivo?"

Aveva ingoiato la risposta superficiale dell'altro, ne avevano riso insieme ed in due avevano finito l'intero vasetto come aperitivo, insieme ad una bottiglia di rosso frizzante e a del formaggio di malga. Muzio è oramai abituato ad incassare certi colpi nello stomaco in silenzio ed anche quella volta aveva finto di nulla. Ma questa nuova innamorata non è un fuoco di paglia, lui la rispetta e sente di amarla davvero. A culo i colleghi superficiali, è il giudizio di lei che conta sul serio!

Le altre due donne della sua vita, gli amici più cari, la vicina di casa, persino i suoi genitori buonanima ai tempi non hanno fatto una piega. Quando lui ha raccontato loro il risultato delle analisi si sono tutti informati su cosa potevano rischiare standogli vicino e condividendo i suoi spazi, le sue abitudini od il suo letto e poi semplicemente si sono adeguati.

Non è cambiato nulla nemmeno con la bambina, che gli hanno rimesso in braccio da subito. In questi anni tutti i suoi affetti veri hanno vissuto accanto a lui come ad una persona colpita da una qualsiasi altra malattia. Solo le amicizie più superficiali si sono allontanate, senza che lui ne risentisse in realtà, preso com'era a venire a patti con la rabbia per quello stupido errore, a riconsiderare la propria vita in un futuro incerto ed in un presente ritmato anche da esami, da farmaci, da maglie di lana fino ad estate inoltrata...

Ma forse aveva trovato tanto amore e comprensione perchè erano altri tempi: l'informazione sull'Aids qualche anno fa era più diffusa ed i malati spesso erano persino considerati delle sfortunate vittime. Almeno quelli che "non se l'erano cercata" con comportamenti sessuali alternativi o con lo scambio di sirighe di eroina. Lui non è mai stato un tipo da avventure facili ma si è ritrovato sieropositivo dopo un rapporto casuale non protetto, stupidamente consumato nel periodo di incosciente disperazione seguito all'abbandono da parte della moglie.

E così anche dai conoscenti meno affettuosi è stato da subito placidamente catalogato non tra i colpevoli ma tra gli sfortunati, la sua malattia in qualche modo sdoganata, privata di quell'aura viola da "mostro" che in altri casi aveva allontanato tutti.

Muzio è abituato oramai a dire tutto subito, ma chissà perchè con la sua nuova innamorata non è stato così. Ed ora in treno prova a costruire un discorso e, proprio lui che scrive dialoghi di mestiere, ora non ci riesce. Pensa alla ricetta cinese di pesce e porri che hanno assaggiato insieme al ristorante cinese l'altra sera e che oggi proveranno a ricostruire, indugia sulla delicatezza del sorriso di lei quando l'altro giorno lui le ha scostato con una carezza i capelli che le coprivano in parte il volto e le ha chiesto se domenica sera avrebbero davvero dormito insieme.

Si scioglie nella paura che lei possa non capire, non sentire, non osare. "No- si dice - questa volta rispetterò sia lei che me stesso e cercherò un modo per raccontarmi senza schermi, senza paracadute. Al diavolo i discorsi preparati, al diavolo lo stratagemma dei peperoni..."  Chiude gli occhi perchè sta per scendergli una lacrima di dolore, di rabbia, di incertezza e in quel momento il treno fischia ed entra in stazione. Lei è proprio lì, ad attenderlo sul marciapiede. Sta aprendo l'ombrello sotto i primi fiocchi che cadono lenti: ricomincia a nevicare.

Il segreto dei suoi strepitosi peperoni Muzio non lo rivelerà mai; per oggi, insieme a Marco Polo che vaga ancora sui fiumi cinesi, accontentiamoci della ricetta del pesce coi porri...


Cong kao ji yu - Pesce stufato ai porri/cipollotti
ingredienti per 2 persone:
150 gr. di filetti di trota o altro pesce di fiume ( in questo caso... triglie!)
2 porri sottili in inverno (come qui) o 4 cipollotti freschi d'estate
1/2 germoglio di bambù fresco (invece qui ho usato 2 carote)
1 cucchiaio scarso di strutto
1 cucchiaio salsa di soja
1 cucchiaio e 1/2 di vino di riso (o sherry)
1/2 cucchiaio di aceto di riso (o aceto bianco)
1/2 cucchiaio di olio di sesamo
1/2 cucchiaino di amido di mais
1 cucchiaino di zucchero
glutammato di sodio (o sale)

Lavare bene i filetti di pesce, eliminare il più possibile eventuali scaglie e lische, asciugarli e metterli a marinare per una decina di minuti insieme alla salsa di soja miscelata al vino di riso, ad un pizzico di glutammato ed allo zucchero.

Nel frattempo tagliare i porri o i cipollotti a cilindri lunghi circa 4 o 5 cm. e ricavarne tanti cilindretti individuali e tagliare il bambù a fettine sottili oppure le carote a losanghe.

Sciogliere lo strutto a fiamma alta in un wok o in una larga padella (si può sostituire lo strutto con due cucchiai di olio di semi, ma l'aroma finale del piatto ne risente in fragranza...) e scottarvi i filetti di pesce 30 secondi per lato, levandoli con una spatola quando la polpa si è appena sbiancata e tenedoli in caldo sulla griglietta del wok o in un piatto caldo.

Versare nel fondo le verdure e saltarle per circa 4 minuti, muovendo il wok o rimestando continuamente, fino a che i cilindretti di sono ammorbiditi.

Abbassare la fiamma, unire il pesce alle verdure e versare in padella la marinata e quattro cucchiai di acqua, coprire e lascar stufare per circa 3 minuti.

Nel frattempo sciogliere l'amido di mais nell'aceto e miscelarlo con l'olio di sesamo ed un cucchiaio o due di acqua, fino ad ottenere una salsina fluida.

Levare il coperchio, unire la salsina di amido e lasciar addensare a fiamma un pochino più alta, fino a che pesce e verdure saranno ricoperti du una salsa lucida dal colore caramellato, se serve regolare di sale e servire caldissimo, adagiando i filetti di pesce sopra le verdure.
     
    • rivoli affluenti:
    • un film che sicuramente non ha adattato Muzio perchè è italiano ma che so essergli "piaciuto con garbo", come dice lui: Le Fate Ignoranti.

giovedì 2 dicembre 2010

respirare

Non so se sia il periodo pre-natalizio ad indurre contest e raccolte tra i blog amanti del cibo o se semplicemente mi sono accorta io solo ora che la rete pullula di stimoli allo scambio. Ho partecipato rarissimamente finora, sia perchè non amo in generale i "concorsi" sia per una pigrizia latente ma radicata nei confronti dell'apparire.

Qualcuno recentemente scherzava sul fatto che i miei post hanno titoli che rendono irrintracciabili le mie ricette per qualunque motore di ricerca; qualcun altro si è offeso perchè non ho ricambiato l'iscrizione tra i follower, non ho citato i premi ricevuti o ho interrotto le catene dei meme; qualcun altro ancora ironizzava sul fatto che proprio non so farmi pubblicità e che sono in pochi a conoscere il mio blog e che se continuo a non accettare gli inviti degli aggregatori resterò un paria. C'è chi mi ha detto ultimamente che per stare nel mondo dei blog sono "proprio stranina". Tutti con piena ragione, naturalmente.

Perchè credo in realtà di non essere davvero mai partita come blogger vera e propria, del tipo che analizza statistiche, conta giornalmente le visite, propone strategicamente i propri commenti su blog molto conosciuti per rincorrere al massimo la visibilità. Limite mio, senza dubbio, pesce fuor d'acqua tra le regole implicite ed i significati reconditi del mondo virtuale a me grandemente sconosciuto, dove se affermi la tua presenza è perchè ha un senso essere protagonista di un luogo dai confini elastici, che parte come personale e poi gradualmente è normale cerchi di allargarsi.

Io invece qui dentro tendo ad annullarmi, mi piace pensare che questo spazio viva quasi di vita propria, che l'acqua vi scorra senza bisogno di un autore "visibile". Chi capita qui per caso e trova qualcosa che lo intriga si ferma, gli altri se ne vanno senza rimpianti. Mi trovo bene così, con pochi "spettatori", con incontri fortuiti che si possono trasformare in "amicizie di penna" (termine segno di un'epoca, lo so...), con tempi lunghi, andate e ritorni, con la direzione imprecisata del tutto, con una logica di incroci lasciata un po' random. Un respiro che si allarga e restringe, più che un universo in continua espansione.

Non pensavo all'inizio che davvero un blog potesse essere altro che parola scritta. Ho dovuto ricredermi. Con il tempo ho scoperto che invece esistono voci e vite e cuori dietro questa montagna di parole. E che forse anche il gioco dei contest e delle raccolte ne fa parte, che lo si può accogliere tranquillamente quando è divertente il tema o la persona che lo ha lanciato, nonostrante la cosa implichi inevitabilmente una visibilità maggiore di quella proporzionata ai miei personali parametri.

E tutto ciò lo racconto oggi perchè mi ci ha fatto pensare la raccolta Inventa Mela proposta da Araba Felice, a cui invio una ricetta perchè la sua visione ironica e positiva della "vita da blog" forse non è davvero così distante dalla mia, nonostante la mia tendenza a defilarmi. E nonostante gli sproloqui qua sopra, che mi hanno messo al centro di un post che avrebbe invece dovuto ruotare intorno ad una mela!

Ripareggio subito gli equilibri: una mela dunque, da declinare in modo garbato e sottile perchè possa risaltare senza mettersi in mostra, più per essenza che per apparenza. Una mela resa "protagonista" attraverso altri ingredienti che ne esaltino le caratteristiche più tipiche: gamberi per la dolcezza, sedano per la croccantezza, gonfia uvetta per la succosità, sumac per la sottile asprezza di una mela verde di quelle come si deve.


Mele ripiene di gamberi e sedano con salsa al sumac
ingredienti x 4 persone:
3 mele verdi
300 gr. di gamberi freschi col guscio
2 gambi di sedano
1 cucchiaio di  uva passa
2 cucchiai di maionese
1 cucchiaino di sumac
aceto di mele
zucchero
pepe al mulinello
sale

Mettere a bagno l'uvetta in un bicchierino di acqua tiepida per un quarto d'ora, quindi scolarla senza buttare l'acqua.

Scottare i gamberi a vapore (o lessarli 1 minuto in acqua bollente salata con 1 rondella di limone), lasciarli intiepidire, sgusciarli e, se sono grandi, tagliarli a rondelle spesse 1 cm., conservandone 4 interi per la decorazione.

Diluire la maionese con 2 cucchiai dell'acqua delle uvette ed 1 cucchiaio di aceto di mele, condire con il sumac, 1 pizzichino di zucchero ed un abbondante grattata di pepe e regolare, se serve, di sale.

Tagliare due mele a metà, eliminarne i torsoli e scavarne leggermente la polpa per ricavare quattro vaschette regolari con i bordi spessi circa 1 cm.. Spruzzarle leggermente con qualche goccia di aceto di mele, una spolverata di sale e zucchero e lasciare in attesa capovolte, perchè prendano meno aria possibile.

Sbucciare e tagliare la terza mela a dadini insieme ai ritagli delle altre due e ridurre a dadini anche il sedano, conservandone qualche bella foglia verde per la decorazione.

Miscelare i dadini di sedano e mele, l'uvetta ed i gamberi alla salsa, dividere il composto nei quattro gusci di mela, dcorare con le foglie di sedano, i gamberi interi ed una spolveratina di pepe e servire.


Questa ricetta partecipa alla raccolta Inventa Mela di Araba Felice, direi nella categoria antipasti.


  • rivoli affluenti:
  • sempre per tenere le mele bene al centro: Katharina Hagena, Il sapore dei semi di mela, Garzanti