venerdì 31 gennaio 2014

ricomincio da limoni... e orecchiette

Arrivo all'ultimo secondo per la raccolta di gennaio di Salutiamoci, questa volta dedicata agli agrumi e ospitato da Katy di Girovegando in cucina. Con il primo piatto che cucino da un paio di settimane... 

Praticamente per cause varie non ho fatto spesa ne' messo piede in cucina per un periodo che mi è sembrato interminabile e sono lieta di ritornare all'opera infarinandomi le mani e dedicandomi ad aromi delicati e sapori intensamente minimali.

Un piatto lineare e umilissimo, messo insieme con quel che c'era. Compreso il desiderio di respirare pienamente profumi agrumati, che nella mia cucina non sempre sono protagonisti ma che si insinuano spesso volentieri a tare il tono a tutto il resto, come un pochino testimoniano una sessantina di altre ricette di questo blog...


Orecchiette integrali al limone e lemon grass

ingredienti per 2 persone:
100 g di semola di grano duro
80 g di farina integrale di tipo 2 (+ 1 presa per la spianatoia)
1 limone non trattato
1 piccolo porro
1/2 stelo di lemon grass
2 rametti di timo
1 cucchiaino di grani di senape chiari
3 cucchiai di olio extravergine ligure o del Garda
sale integrale

Miscelare le due farine con un pizzichino di sale e 1/2 cucchiaino di scorza di limone grattugiata finissima e mescolare da sotto a sopra per qualche istante per arieggiarle bene.

Versarvi 1 cucchiaio di succo di limone e 90 g circa di acqua tiepida e lavorare energicamente l'impasto per una decina di minuti a mano o 5 minuti con la planetaria, fino ad ottenere un impasto liscio; coprirlo con  una ciotola rovesciata e lasciar riposare una mezz'oretta.

Prendere una porzione di impasto e farne un cilindro sottile, tagliarlo a rondelline e "trascinarle" una per una su una spianatoia di legno leggermente infarinata con la punta arrotondata di un coltello o con un dito, voltando poi l'orecchietta ottenuta con la parte ruvida verso l'esterno. 

Continuare fino ad esaurimento dell'impasto, lasciando asciugare le orecchiette sparse sulla spianatoia.


Portare a bollore abbondante acqua con una presa di sale e una striscia di scorza di limone. Nel frattempo affettare finemente il porro ed il lemon grass e pestare leggermente la senape con un batticarne.

Al momento di tuffare la pasta nell'acqua scaldare 2 cucchiai di olio in un ampio tegame, versarci i semi di senape; quando cominciano a scoppiettare unire i porri, il lemon grass ed il timo; saltare un paio di minuti, ammorbidire con qualche cucchiaio dell'acqua di cottura e stufare qualche altro minuto.

Scolare le orecchiette con un mestolo forato quando sono molto al dente e versarle nel tegame del condimento, padellando tutto con ancora un filo di acqua di cottura.

Regolare di sale, spegnere, irrorare con il succo di mezzo limone, mescolare bene, spolverizzare con un cucchiaino di scorza grattugiata e servire con un filo di olio a crudo, decorando con spicchietti di limone e rametti di timo.


Con questa ricetta partecipo alla raccolta di gennaio di 

mercoledì 29 gennaio 2014

tofu ai porri: per ora guardare ma non toccare...

Quale sofferenza avere mille cose da dire fare scrivere vivere e non recuperare nemmeno la forza per alzare la testa dal cuscino e dirsi "ci sono lo stesso"... 

Noie di salute di qualche giorno, pure stupide e senza strascichi, bastano a ricordarti come tutto sia relativo. Tornare ai ritmi consueti diventa faticosissimo. Efficienza padronanza e velocità non risultano più "normali". Ti accorgi di averle date per scontate. Ti rendi conto che della difficoltà di recuperarle con uno schiocco di dita.

Per non parlare del rapporto con il cibo: scriverne dirne od anche solo pensarci quando si è in preda alla nausea risulta semplicemente contro natura. Così resta in sospeso il blog, insieme alla nutrizione quotidiana. E insieme a quella parte di vita vera che, per piacere o per dovere, è per me legata comunque al cibo.

Ma usare il termine "malattia" per questo stupido momento di debolezza fisica mi fa inorridire: ben altre sono le sofferenze vere. E, per quanto mi riguarda, ho imparato da lezioni più toste di questa l'inutilità dell'insofferenza. 

Così oggi mi muovo semplicemente con lentezza. Riprendere un passetto alla volta è l'unica via che porta concretamente da qualche parte. Insomma: perdonarsi l'assenza di fretta è una saggia conquista! 

Per quanto riguarda il blog mi riconnetto al cibo spulciando tra le foto in archivio. Cerco qualche ricettina mai pubblicata che mi ispiri golosità prima ancora che fame: per il momento sono ancora costretta nella fase "guardare ma non toccare". 

Quale miglior rifugio di una semplice e casalinghissima ricetta orientale? Senza la fretta di cucinarla di nuovo ora. Qui siamo in Cina. La versione originale prevede dei sottili porri verdi cinesi, tanto teneri da essere utilizzati interi e da non dover rimanere in padella più di un minuto in totale. 

Non sono reperibili in Italia se non per brevi periodi in certi mercatini orientali. Al momento non è ancora stagione, ragione di più per pazientare a fornelli spenti. Mi limito oggi a raccontare come qualche tempo fa l'avevo riadattata ai normali porri italiani.

In quel caso l'avevo proposta come piatto centrale, da accompagnare a del riso a vapore. La stessa ricetta, con il tofu tagliato a piccoli dadini e con il doppio di salsa di soia, può diventare un perfetto condimento per degli spaghettini di riso: basta scottare i noodles in acqua bollente, raffreddarli sotto l'acqua fredda e saltarli in padella per un minuto con tofu, porri e il loro fondo.


Tofu e porri saltati alla cinese

ingredienti per 4 persone come assaggio o condimento, per 2 come piatto principale:
400 g di tofu compatto (momen-dofu)
400 g di porri
2 cucchiai di salsa di soia
2 cucchiai di olio di arachidi
1/2 cucchiaio di olio di sesamo

Tagliare il tofu a fette spesse 1 cm, avvolgerle in carta da cucina e pressarle per un'oretta sotto un peso per asciugarle il più possibile. Tagliarle poi a strisce larghe 1 cm e lunghe 4 cm e tamponarle di nuovo su tutti i lati con carta assorbente.

Ridurre i porri a rondelle sottili e stufarli qualche minuto nell'olio di arachidi a fiamma media fino a che si sono ammorbiditi.

Levali dal tegame e nel loro fondo di cottura saltare il tofu a fuoco vivace per un paio di minuti, mescolando con delicatezza, fino a che è dorato su tutti i lati.

Rimettere nel tegame i porri ed unire la salsa di soia, l'olio di sesamo e 4 cucchiai di acqua; far insaporire 1 minuto, fino a che il fondo si è un po' legato e servire subito.


 
Le foto sono mossissime, lo so. Le pubblico comunque tanto per rendere l'idea del piatto. Le sostituirò non appena ripreparerò la ricetta... magari con i porri cinesi!
  • rivoli affluenti:
  • l'ispirazione è tratta dalla ricetta originale cinese in: Mu-Tsun Lee, Tofu! Tofu! Tofu!, Wei-Chuan Publishing, 1994, ISBN 0-941676-49-8.

giovedì 16 gennaio 2014

tempi lenti, salamandre, focaccine, ceci

Quando hai voglia di startene rintanato in casa e basta. Quando il tempo del silenzio prende il sopravvento. Quando serve che niente si muova e per una giornata ti riesce pure. Allora vivi magicamente delle ore "in avanzo": la bellezza del tempo vuoto e del non riempirlo. Come una piccola salamandra pigra. A riuscirci.... 

Io non se sono davvero capace, ho il problema di staccare davvero il pensiero. Al massimo riesco a farne un tempo lento, già grandissima conquista comunque per chi non sa evitare di lasciarsi vorticare.

Provo un esperimento che raramente mi sono permessa, fingendo di non potermene concedere lo spazio: ridurre il lievito, aumentare i tempi e stare a vedere con calma che succede ad un impasto. 

Partire la mattina ed arrivare quando capita. In questo caso all'ora di merenda. Tempo nuovo, avvolto nel profumo del forno, nella semplicità degli abbinamenti, nel lento vuoto dell'attesa. Una magia.


Focaccelle con due ceci
per 8 focaccelle:
350 g farina 00
150 g manitoba
100 g farina di ceci
12 g di lievito di birra fresco
1/2 bicchiere di olio extravergine
zucchero
sale

per il ripieno:
200 g di prosciutto crudo a fette sottili
4 carciofi violetti
80 g di ceci secchi
2 piccoli spicchi di aglio
4 cucchiai di maionese
2 cucchiai di olio extravergine
3 o 4 rametti di timo
sale
pepe bianco al mulinello


Ammollare i ceci 8-10 ore in acqua fredda, sciacquarli bene e cuocerli per due ore in acqua pulita con un rametto di timo e fino a quando sono morbidi. Salare poco prima di spegnere.

Nel frattempo per le focaccette sciogliere il lievito in un bicchiere di acqua tiepida con un pizzico di zucchero e un cucchiaio di farina 00, tenendolo coperto a temperatura tiepida per una ventina di minuti.

Setacciare le tre farine con un pizzico di sale, unire 2 cucchiai di olio ed il lievito sciolto, mescolando bene.

Unire un paio di bicchieri circa di acqua tiepida, lavorando l'impasto fino a che diventa una palla compatta, quindi continuare a maneggiarlo con forza per una decina di minuti, fino a che forma una palla liscia e morbida. Se si usa l'impastatrice a gancio bastano 4 o 5 minuti.

Coprire e lasciar lievitare un paio di ore, quindi lavorare brevemente la pasta e far riposare di nuovo coperto altre due ore. Infine sgonfiare ancora leggermente l'impasto, dividerlo in 8 focaccette, stenderle su una teglia unta e lasciar riposare un'ora.

Premere qua e là con un dito la superficie delle focaccette per creare dei leggeri avvallamenti; emulsionare 1 dito di acqua con 1 dito di olio e una presa di sale e spennellarne parte sulle focaccette, lasciando poi riposare un'altra ora.

Accendere il forno a 200°, spennellare il resto dell'emulsione di olio sulle focacce e cuocere per 20-25 minuti, fino a che sono dorate e croccanti fuori e morbide ed alveolate dentro.


Mondare i carciofi e tagliarli a spicchietti (mettendoli a mano a mano in acqua acidulata per non farli annerire), quindi saltarli con l'olio, uno spicchio di aglio schiacciato e un rametto di timo per qualche minuto.

Versare sui carciofi un mestolo di acqua di cottura dei ceci, far ammorbidire a fuoco medio (ci vorranno circa 15-20 minuti), quindi unire i ceci e lasciar insaporire tutto insieme per qualche minuto, regolando di sale e pepando appena prima di spegnere.

Schiacciare l'altro spicchio di aglio o grattugiarlo finissimamente e miscelarlo alla maionese insieme ad una grattatina di pepe. 

Levare i carciofi dal tegame e strizzarli leggermente; schiacciare grossolanamente i ceci con una forchetta insieme ad un pochino del loro fondo per ottenere una crema rustica.

Tagliare in due le focaccette tiepide e farcirle con la maionese all'aglio, una cucchiaiata di crema di ceci, qualche spicchio di carciofo, qualche fetta di prosciutto crudo ed una spolverata di foglioline di timo.


Con lo stesso impasto si possono formare una trentina di piccole focaccine da fingerfood (che diventa vegetariano se si omette il prosciutto) oppure un pane unico, da cuocere senza ungerne la superficie in uno stampo per pane a cassetta. In questo caso la cottura va prolungata di una decina di minuti.
  • rivoli affluenti:
  • The fire in leaf and grass
    so green, it seems
    each summer the last summer.

    The wind blowing, the leaves
    shivering in the sun,
    each day the last day.

    A red salamander
    so cold and so
    easy to catch, dreamily

    moves his delicate feet
    and long tail. I hold
    my hand open for him to go.

    Each minute the last minute.
  • Denise Levertov, "Living", in AA.VV., 100 poems on the Underground, Cassel Publishers, 1991, ISBN 0-304-34083-9.

mercoledì 8 gennaio 2014

acquaviva scorre in un brutto blog

Acquaviva non è capace di fotografare: ha una macchinetta da turista a cui mancano anche funzioni manuali di base, che la costringe a scatti senza profondità di campo, tutti in primo piano e con tutto a fuoco nello stesso modo, a luce naturale senza possibilità di alcuna regolazione tranne quella di eliminare il flash! La qual cosa non aiuta affatto, se vuoi scattare delle foto di food decenti.

Da quando ha usato una reflex vera sono passati trent'anni e nel frattempo le fotocamere sono diventate digitali, è sparita la pellicola e le basi della postproduzione sono arrivate alla portata di tutti. E in questo lasso di tempo Acquaviva si è dedicata personalmente molto più alla cucina e ad altre amene passioni rispetto alla fotografia. La qual cosa non aiuta affatto, quando decidi di aprire un blog.

Perciò se poi ti capita di preparare un piatto delizioso e vederselo in fotografia come fosse una pappina per malati... ti passa pure la voglia di giocare con i colori dello sfondo, con le decorazioni in superficie o con qualche oggettino che entri nell'inquadratura, per levare almeno in parte l'atmosfera ospedaliera!  E oggi è andata proprio così. Probabilmente Acquaviva dovrebbe disperarsi.

Immagini di cibi poco appetibili sono a quanto pare la causa prima della scarsa frequentazione di un blog di cucina. L'utente medio si fa affascinare da foto fantastiche ed evocatrici e solo dopo passa eventualmente alla ricetta... e la legge completamente soprattutto se risulta semplice e veloce da replicare e non è accompagnata da troppo testo.

Acquaviva fotografa pessimamente, propone ricette non proprio schematiche e le introduce con papiri lunghissimi, che a volte nemmeno parlano di cucina. In sostanza ignora bellamente le regole del gioco. Dunque non è capace di tenere un blog, se lo scopo primario è attirare visite e commenti... Probabilmente dovrebbe disperarsi.

Curiosamente vede che il numero di visite è alto (per i suoi parametri, s'intende) e lentamente crescente nel tempo mentre i commenti sono da mesi quasi assenti. Qualche "like" in più su facebook, ma non cambia la sostanza. Non sa come interpreti questi dati chi valuta il successo di un blog con la misurazione della visibilità. Probabilmente anche di questo dovrebbe disperarsi.

Però, pur essendo una schiappa nelle immagini ed una divagatrice nei testi, realtà diverse le chiedono di scrivere di cucina per loro. Operatori competenti apprezzano le sue ricette nonostante le immagini tristi e le narrazioni strampalate. Nonostante pure la scarsità dei commenti e nonostante qui Acquaviva non racconti delle sue collaborazioni a mo' di "portfolio professionale".

Inoltre molta gente la legge a lungo e poi pure torna, anche se non lascia commenti. Come si rende conto di fare spesso anche lei, quasi per discrezione... Un po' come nella vita reale, insomma.

La lettura di tutto ciò per Acquaviva è rasserenante: crede di saper cucinare piatti interessanti, di saper scrivere di cucina, di sapersi far apprezzare da chi alla cucina crede davvero. Diciamo che emerge la qualità del lavoro di base che sta dietro ai post anche se il blog non usa belletti, ne' grafici ne' fotografici. 

Poi certo, vede foto come queste di oggi e si rende conto che c'è da correre velocemente ai ripari: il blog così manca davvero di armonia... e la bellezza è una delle qualità imprescindibili di un lavoro che vuole esprimere cura e passione.  

Per il momento Acquaviva scorre un po' come questa mousse: attenta agli aromi, curata nelle proporzioni, non troppo sdolcinata, un po' retrò, buona, bruttissima. La qual cosa non aiuta affatto. Per il momento.


Spuma di mele leggermente speziata
ingredienti x 4 persone:

3 mele Gala (c.a 460/480 g in tutto)
2 albumi
150 g di panna da montare
3 cucchiai di zucchero di canna
1 piccola stecca di cannella da 3 cm
1/2 cucchiaino di cannella in polvere
1 chiodo di garofano
pepe al mulinello

Sbucciare le mele, eliminare il torsolo e tagliarle a fettine e metterle in un tegame di acciaio con 2 cucchiai di zucchero, la stecchina di cannella, il chiodo di garofano e 1 grano intero di pepe e unire 80 ml di acqua.

Cuocere a fuoco basso per 20-30 minuti, fino a che le mele sono morbidissime e l'acqua completamente asciugata. 

Eliminare le spezie, frullare le mele e ripassare la purea sul fuoco perché si asciughi perfettamente, quindi lasciarla raffreddare.

Montare a neve sodissima gli albumi ed incorporarli delicatamente alla purea, mescolando con una spatola dal basso verso l'alto in modo che tutto rimanga molto soffice, quindi montare la panna ed unire anch'essa al composto nello stesso modo.

Distribuire il composto in quattro ciotole individuali, battere delicatamente con un palmo sul fondo perché la crema si assesti e non rimangano bolle d'aria, coprire con pellicola e tenere in frigo un paio di ore (ma è buona anche dopo un'ora e regge tranquillamente anche 6 ore).

Miscelare 1 cucchiaio di zucchero di canna alla cannella in polvere e a una grattatina di pepe e distribuire sulla superficie della spuma appena prima di servire.

  • rivoli affluenti:
  • cambiare pelle forse, restare se stessi dentro con certezza. Magari in lingua fotografica: Massimo Stragapede, Restare, Partire, Lupo Edizioni, 2013, ISBN 978-88-6667-068-1.

mercoledì 1 gennaio 2014

di zuppe fusion e appigli nippo-napoletani

L'arrivo del nuovo anno in Giappone, a differenza dei riti occidentali di origine pagana, delle baldorie insulse e degli auguri vuoti, è un momento di raccoglimento familiare e celebrazioni religiose, praticamente analogo al nostro Natale più vero.

Ne avevo parlato già qui, quando avevo raccontato un po' anche dei cibi legati a queste festività, che non si esauriscono in una notte ma proseguono per una quindicina giorni, anche dopo che tutti sono tornati al lavoro.

In questo periodo per tuffarmi in quella tradizione che tanto mi rasserena avrei potuto aromatizzare del sakè con il misto di 13 spezie tososan che lo trasforma in o-toso, la bevanda che si sorseggia in Giappone in questi giorni (perché si dice sconfigga gli spiriti maligni) nel rituale servizio sakazuki a tre tazze di diversa dimensione.


Avrei anche potuto preparare un osechi ryori, una serie di piatti freddi che per tradizione si dispongono armoniosamente nello jubako, una serie di scatole laccate sovrapposte, e si consumano per nei primi tre giorni di gennaio durante lo shogatsu sanganichi, il periodo più sacro del capodanno, senza che si debba più lavorare in cucina.


Entrambe queste specialità sono legate a tradizioni antiche che è interessantissimo approfondire, e sono assolutamente degne di essere condivise con gli affetti più cari e di essere spiegate per bene... ma quest'anno non ne avrei avuto il tempo.

Ho preparato invece per il 31 una cenetta nippo-napoletana a base di pesce di stagione, riservando i dovuti tempi di elaborazione ed approfondimento della cultura giapponese a momenti più quieti. 

La vita va semplificata, quando si può. E bisogna accogliere le suggestioni che più ci fanno stare bene, senza bisogno di scegliere se non se ne ha voglia: molto più saggio mescolarle... Fondere è una forma di costruzione, un progetto minimo che mi fa pensare che l'anno che sta cominciando avrà anche delle giornate buone.

Sono di questo umore filosofico al termine di un anno assurdo da cui ho solo voglia di uscire. Mi aiutano da due appigli culturali assolutamente positivi. Tra una fresella con pomodori e gallinella di mare e un cartoccio di pesce agli agrumi sorrentini, dunque, nel menù nippo-napoletano fa capolino una zuppetta decisamente jap. 

Non la classica toshikoshi soba di capodanno, a base di lunghissimi spaghetti che augurano tanti anni di vita, ma una tsumire jiruSi tratta di un brodo con polpettine di pesce, una zuppa che in Giappone conosce infinite varianti in base alla località, alla stagione, agli aromi impiegati ed al pesce con cui si confezionano le tsumire, ovvero le polpette. 

Di solito si usa pesce azzurro, la cui polpa viene tritata al coltello o pestata al mortaio con vari aromi, legata con amido o uova e lessata a piccole cucchiaiate. Si tratta di polpettine versatili, adatte anche completare altre preparazioni come stufati, misti alla piastra o fritti; se confezionate con tanta farina diventano quasi gnocchetti mentre con il pesce frullato anziché tritato costituiscono di fatto il vero surimi

Le polpettine lessate, invece, per la nostra zuppetta vengono servite nel brodo dashi, spesso ottenuto dagli scarti dello stesso pesce, insieme a verdure e profumi. 

Io ho seguito solo parzialmente la tradizione giapponese: la cipolla ha sostituito i cipollini negi, ho semplificato o italianizzato alcuni passaggi tradizionali e le polpettine, nel mio caso a base di sardine, non si sono accompagnate con verdure a foglia classiche giapponesi ma con delle napoletanissime cime di rapa...


Iwashi tsumire jiru Neapolitan way - Zuppa di miso alla napoletana con polpette di sardine e cime di rapa

ingredienti per 4 persone:
12 sardine (c.a 160 g in tutto)
300 g di cime di rapa
2 cucchiai di cipolla tritata (c.a 25 g)
1/2 cucchiaio di erba cipollina
40 g di farina 00
1 cucchiaino di zenzero fresco tritato
2 cucchiai di pasta di miso rossa akamiso
1 l di brodo dashi
1/2 cucchiaino di olio di sesamo
sale

Mondare e tagliuzzare le cime di rapa eliminando i gambi, portare a bollore un l di acqua, salare e scottarvi le cime di rapa per 3 o 4 minuti. Scolare la verdura e raffreddare subito in acqua fredda perché resti verde brillante, quindi strizzare bene e dividere in 4 mucchietti.

Levare la testa alle sardine, aprirle a libro sotto un filo di acqua corrente ed eliminare le interiora e la spina con la coda, mettendole a mano a mano a bagno in una ciotolina di acqua ghiacciata con un po' di sale perché non perdano il sapore di mare. 

Levare la pelle partendo dal lato testa ed asportare con una pinzetta le eventuali spinette rimaste, sciacquare di nuovo ed asciugare bene su carta assorbente.

Disporre le sardine in fila leggermente sovrapposte testa/coda su un tagliere e con un pesante coltello tagliare a fettine sottili il pesce in un movimento continuo, fino ad ottenere un trito grossolano ed uniforme. Ripetere l'operazione, rivoltando la polpa con il coltello, in modo che la grana del trito si assottigli.

Aggiungere a questo punto metà della farina, la cipolla e l'erba cipollina e riprendere a tritare in modo che tutto si affini e si amalgami. 

Unire 1 cucchiaino di pasta di miso e lo zenzero, mescolare bene sempre tritando con il coltello e regolare l'umidità e la compattezza dell'impasto unendo, se serve, ancora un pizzico di farina (io ne ho usati in tutto 30 g). 

Formare con l'impasto delle piccole polpettine e rotolarle nella farina rimasta, scuotendole bene e lasciandole riposare su carta assorbente. 

(Rotolare le polpette nella farina non è per niente giapponese ma aiuta: il trito deve essere fine e morbido ma non deve ridursi in pasta e il rapporto tra pesce e leganti deve permettere alle polpette di non disfarsi in cottura. La prima volta conviene fare una prova tuffando un cucchiaino di impasto in un pentolino di acqua bollente.)

Scaldare il dashi fino a che freme, tuffarvi le polpettine e cuocere sobbollendo per qualche minuto, fino a che vengono a galla. Scolarle con un mestolo forato e condirle con un goccio di olio di sesamo. 

Al momento di servire riportare il dashi a bollore; scaldare al microonde 1 minuto a 900 w le polpette e le cime di rapa. Distribuire le verdure e le polpette in quattro ciotole individuali. La tradizione vuole 5 polpette a testa o comunque in numero dispari: con queste dosi ne vengono una trentina, quindi almeno 7 ciascuno.

Se si serve subito la zuppa si possono direttamente disporre le polpette calde appena scolate nelle ciotole individuali e tuffare brevemente le cime di rapa nel brodo bollente, suddividendo anch'esse nelle ciotole appena sono calde.

Sciogliere il miso rimanente in un mestolo di dashi bollente, unirlo al resto del brodo, spegnere e mescolare bene, quindi versare il brodo nelle ciotole e servire subito. Non serve il cucchiaio: si pescano polpette e verdure con le bacchette e si sorbisce il brodo direttamente dalla tazza.


PS: in foto il brodo sembra limpido perché nel (lungo) tempo dello scatto il miso si è depositato sul fondo, come è normale che sia. Per gustare la zuppa al meglio basta rimestare il brodo con le bacchette, in modo che il miso si riamalgami bene.
  • rivoli affluenti:
  • per chi volesse semplificare: usare circa 90 g di filetti di sardina già puliti; lessare le polpette in acqua leggermente salata e poi nella stessa acqua scottare le cime di rapa; distribuire nelle ciotole e terminare con zuppa di miso pronta in busta portata appena a bollore...
  • se non si usa il microonde si possono scaldare di nuovo polpette e verdura nel dashi, scolarle con un mestolo forato distribuendole nelle ciotole e solo dopo unire poi la pasta di miso (che non deve cuocere!) al brodo caldo.